Studentesse si raccontano

30/05/2010

Alle 11:30 di notte, largo Argentina, tutta da sola, ho preso il 46 affollata dai tedeschi che perdono ogni beneducazione arrivando a Roma. Mi ho “spremuto” dentro al bus. Arriva un ragazzo (non-simpatico gia’ dal 1 secondo) in una camicetta come se fosse un tifoso italiano, ma si sente che straniero, forse romeno, altezza tra tuo zio e te.

Si reggeva con tutte le due mani sopra, nella larghezza dell’autobus, io stavo sotto il suo braccio. Ho provato a toglierlo da me con il gomito e mettendo e stringendo la mia borsa tra di lui e me, ma non si stacca, per forza e non per la pressione della folla. Soffrendo dal caldo, dall’urlo e della pressione della folla, lottando con questo, piu’ ho scoperto che altri due extracomunitari mi guardano con gli occhi che per quest’occhiata gia riverebbero 3 anni in carcere, provavo guardare fuori dalla finestra.

Eravamo al muro vaticano. Finalmente il romeno e qualche persona scende, c’e un po’ di spazio a respirare. Le porte si chiudono, e io me ne sono accorta che la mia borsa e aperta un po’. Manca il cellulare e la macchinetta con le foto! Le foto della gita! Ma no, non e possibile di perdere queste. (Insomma, le foto su di due Melina cosi simpatici  – tra gli altri. Ho fatto anche delle belle foto, anche se qualche volta la mia macchinetta mi frega e non focalizza bene, o come si dice in italiano.)
Cosa si fa? Mi chiedono che e successo. Dico mancano questi e questi. Una signora italiana dice sicuramente quel ragazzo. (Io pensavo gia dall’inizio non era simpatico – intuizione femminile).
Scendo alla prossima fermata. Comincio a correre. Per fortuna era discesa e non salita cosi era piu facile. (La prossima volta mi prenoto all’olimpiade per il percorso breve :-)).
Per fortuna o no, mezzanotte in quella zona c’e buio, perche non ci sono tante case visto che un lato e solo muro, nessuno passa – solo le macchine corrono – ce ne sono poche vie per guardare chi passa. Arrivo alla fermata precedente, vedo che poco meno piu giu all’altro lato della via sta questo ragazzo in quella maglietta famosa accanto ai mundizi.
Attraverso la strada non guardando nemmeno le macchine che passano, ho preso le mani del nostro romeno che stava togliendo la batteria del mio cellulare per buttare il sim.
Poi controllavo la prima tasca, seconda, terza… questo prova a distrarmi dicendo che era quella ragazza americana, che… Non trovo la macchina digitale, stavo un po’ disperando, quando toccavo i suoi pantaloni da destra, sento che in quella tasca ce qualcosa. Ho messo la mano nell’ultima e l’ho presa. Questo voleva ancora distrarmi chiedendo se io fossi italiana. Gli ho risposto: si, mezza-italiana. (forse in questi casi meglio di confessarsi italiana invece straniera altrimenti chi sa cosa faceva con me.) Poi, con passi veloci e decisi ho cominciato a camminare sulla salita nel buio.
(Mi sa che la situazione pericolosa mi ha consigliato un atteggiamento ottimo. Visto che: non ho cominciato ne urlare con lui – sarebbe stato inutile in quel posto dove c’e nessuno – ne correre cosi la sua psiche e stata bloccata dall’evento improvviso).
Va be’, ho camminato 2-3 fermate avanti, stavo aspettando nel buio accanto ai muri al penultimo autobus di mezzanotte. All’altro lato qualche volta passa 1-2 persone, anche 2 extracommunitari. Ad un certo punto, vedo che all’altro lato questi due sono ritornati e stanno guardarmi… Per fortuna, finalmente e passato un bus, anche se non era il mio, ma sono salita e mi ha portato lontano da questa gente. E vero che poi ho sbagliato di non aver sceso prima e per questo ho dovuto camminare ancora per poter prendere un altro mezzo, ma almeno non era cosi inabitato il luogo. Mi sembra che per vivere qua dovrei iscrivermi ad un corso di Karate per poter poi diffendermi visto che esco da sola.


Dal 9 giugno in libreria

30/05/2010


Quanto sesso al San Gaetano

22/04/2010

Questi hanno scritto un libro, l’hanno portato a Porta a Porta e poi hanno trovato qualcuno che l’ha presentato al Centro Altinate (o San Gaetano, come si chiama?), sotto il patrocinio dell’assessore alla Qultura del comune di Padova, sior Andrea Colasio.  Il libro, stando a chi l’ha presentato, è una raccolta di indagini quantitative e qualitative sui costumi sessuali degli italiani. Ti dice quanto scopano i novantenni e a quanti anni dal matrimonio i cattolici “sperimentano” il deretano della moglie (indagini quantitative). Ma anche come le separate si masturbano (indagini qualitative). Tutte cose importantissime, perché il sesso altro non è che un fenomeno da misurare (indagini quantitative) o da descrivere (indagini qualitative). Del senso che ha per la persona, di quello, chi se ne sbatte? Giusto la Chiesa e i suoi “preti retrogradi”. O, per restare alla presentazione al San Gaetano, i soliti Romolo Bugaro, Marco Franzoso e Giulio Mozzi, che, dopo le prolusioni dei sociologi, con un po’ di vergogna (parlo per almeno uno dei tre), hanno combattuto la miseria del non senso leggendo estratti di questo e quest’altro libro. Dio li benedica (e gli faccia fare tanto sesso).


La preghiera al contrario dei Baustelle

15/04/2010

Attenzione: questa è un critica che arriva da destra e, che è peggio, strizza l’occhio a chi dimora di là del Tevere, benché partorita in Italia, stato laico e liberale, dove chiunque può partorire qualsivoglia anatema, tendente a destra quanto a sinistra, al cielo o agli inferi; e questo è meglio. L’Italia, come altri nel mondo, è un posto dove una banda di toscani (si dovrebbe dire band, ma siamo in Italia, quindi diciamo banda) incide canzoni che inneggiano al suicidio. E dove, questo è strano, un giornalista pagato dai vescovi inneggia alla medesima, salvo poi ripensarci; e questo è l’auspicio.

Il riferimento fortemente voluto è al pezzo di Andrea Pedrinelli pubblicato da Avvenire il 28 marzo. E’ lì che Pedrinelli definisce il quinto album dei Baustelle “un inno rock” che unisce “alla voglia di sperimentare, lo sviluppo di un linguaggio non elitario” di un gruppo che “cerca risposte alla domanda di senso”. Tralasciando di appuntare che i testi del capobanda Francesco Bianconi sono un inno al disprezzo della vita, oltre che una negazione della proposta cristiana.

Non è necessario scorrere il pedigree di Nicola Manzan, turnista dei Baustelle, socio unico e fondatore del progetto musicale “Bologna Violenta”, per tastare l’umore del backstage. Basta leggere i testi delle canzoni. Quello de “La Cometa di Halley”, scritto per Irene Grandi, in cui si parla di “un dio lontano che non ha né problemi né miracoli da fare”. O quelli cantanti in prima persona da Bianconi, come “La guerra è finita”, secondo brando del disco “La malavita”, che inizia con una sentenza inappellabile (“vivere non è possibile”) e si conclude con un’adolescente che si attacca alla canna del gas. Il tema del suicidio, mai esaurito, ritorna prepotente nella nona traccia; titolo interrogativo (“Perché una ragazza d’oggi può uccidersi?”). Risposta nel testo: “perché non le importa più niente del freddo forte che fa nella città.”

Il singolo dell’album “Amen”, prima vera hit del gruppo toscano, si intitola invece “Charlie fa surf” ed è ispirato ad un’opera dello scultore Maurizio Cattelan, già apprezzato per l’istallazione dei bambini appesi in piazza XXIV maggio a Milano. Il Charlie di Bianconi, differentemente da quello di Cattelan, è un adolescente (maschio, questa volta) che passa i week-end a farsi di ecstasy, vorrebbe morire a quindici anni, salvo finire crocifisso e sfigurato in volto con la mazza da golf, come da ritornello. Il disco prosegue fra voli vani di innamorati, catastrofi inevitabili, estinzioni, ragazzi in agonia, figli mangiati e genitori il cui destino è “un eterno roteare come agnello nel kebab”.

Infinita e preziosa, la ricerca di senso di Bianconi trabocca nel quinto album, quello di cui ci parla Pedrinelli: “Il titolo viene da un’antologia in cui ho letto pensieri di secoli fa, che mi sono parsi ancora perfetti per descrivere l’Occidente d’oggi.” L’antologia è curata da Elemire Zolla, mago e maestro di gnosi, morto a Montepulciano, dove Bianconi è nato. Capace di dirsi “in pasto ai cimiteri” nella traccia “San Francesco”, immodestamente dedicata a se stesso, Bianconi ammette di aver scoperto Zolla da tempo breve, ma sufficiente a restituirgli quelle suggestioni che, mescolate col suo, gli hanno permesso di comporre il brano principe dell’album; una preghiera al contrario che chiude definitivamente ogni ricerca di senso, con buona pace di Pedrinelli: “ci salveremo disprezzando la realtà e questo mucchio di coglioni sparirà, e né denaro e né passione servirà, gentili ascoltatori siamo nullità.”


Donne degne di nota: Sorriso

12/01/2010

Sorriso fa la barista. Preferirei dire l’ostessa, ma il posto dove mesce, serve e sorride non è un’osteria, benché se ne fregi indegnamente del titolo, ma uno dei lounge bar più frequentati e brutti di Padova – dislocato in prossimità della tangenziale, arredato senza gusto, in grado di riportare a casa gli avventori appiedati o troppo sbronzi per guidare, grazie ad una convenzione con la compagnia di taxi.
Sorriso ha un nome e un cognome, tanti capelli neri e due occhioni che non ti aspetti di incrociare in un’osteria bar che si chiama come il ladrone che gli ebrei hanno preferito a Gesù. Sorriso mesce, serve e incassa in un posto che la minoranza cattolica frequenta nonostante la musica live, il profumo delle sciampiste, la ressa dei mezzi calciatori e i dieci minuti di coda che servono per guadagnare il banco e dirle, guardandola finalmente negli occhi, “ciao, un negroni”.


Il nome al mare

29/12/2009

Un posto in cui i bar si chiamano “Flerty”, “Diferent”, “Ribose” e “Facebukafe” non può aver dato il nome a niente. Il nome al mare (Adriatico) lo hanno dato quelli che ad Adria ci arrivavano da altri luoghi, salvo ripartire al più presto per lande più felici e osterie più accoglienti.


I diritti dei bambini

07/10/2009

Davanti alla cappella dell’Ospedale Bambin Gesù, a Roma, c’è un pannello al quale sono affissi alcuni disegni. Opera dei giovani ricoverati che hanno disegnato, ciascuno sul proprio foglio, quello che ritengono il loro diritto fondamentale. Fra gli altri, riporto: il diritto a non essere paziente, ad urlare, ad essere protetto, ad essere curato, a giocare, ad avere una mamma, ad andare a scuola, a guarire, a non avere male. Oltre ovviamente al diritto ad essere furbi, né scritto né disegnato, ma chiaramente testimoniato dall’opera di Daniele, che, con tanto di copia in scala 10:1, ha disegnato il diritto ad avere il Game Boy.


Utero cercasi

14/09/2009

rocco


Donne degne di nota: Sticchio

06/08/2009

Sticchio è un nome di fantasia. Anzi, è un nome comune di cosa. Almeno in Sicilia. Dove, sotto a quattro mostri costruiti a metà, una strada asfaltata a metà conduce alla calata Arenella. Dove c’è una padovana che prende il sole con addosso metà costume. Dove il padovano che l’accompagna, nonostante il suddetto costume, infrange il nono comandamento per colpa di una saccense con addosso un costume intero (come tutte le saccensi), accompagnata da un saccense con i capelli unti (come Gattuso). Dove un altro saccense non accompagnato quindi a caccia, alla vista della saccense di cui sopra, esclama: “Minchia che pezzo di sticchio!”


Donne degne di nota: Michela

21/07/2009

Michela sembra una “ragazza seria”, ma non lo è. Parole sue. Fa la cassiera al GS di Via degli Orti, un supermercato che sembra una favela. Michela batte le pesche. Batte il pane. Batte la polenta, mi sorride. Batte l’Aperol. Batte lo yogurt. Batte il manico della Pippo, alza lo sguardo e mi fa: “certo che pure te ogni tanto devi scopa’.”


Donne degne di nota: Alessia

06/07/2009

Alessia è giovane ma crescerà. Compierà 18 anni, si sposerà, farà una famiglia. Avrà tanti figli che d’estate parteciperanno al Grest di Ponte San Giovanni (PG).  Con animatrici belle e brave come lei. Che invece di truccarsi o drogarsi come le sue coetanee, si prende la briga, accompagnata da don Paolo, di insegnare ai bambini qualche trucco di giocoleria e due o tre coreografie, per farli poi esibire con i clown del Circo Oscar Orfei. Fino a sdraiarsi, ché tanto non teme la morsa delle tentazioni, dentro ad teca piena di serpenti.


Donne degne di nota: Irene

02/07/2009

Irene è una ragazza rotonda, curata e tatuata. Lavora all’Energy Store di via del Gazometro (dove ripiega chi si è stufato di chiamare il numero verde Eni e sentirsi dire che gli operatori sono momentaneamente occupati). Irene sa come valorizzare le sue forme. Sa che hai fatto un’ora di coda. Sa che non è colpa tua se l’Eni ti ha spedito una bolletta da 1069 euro. Sa che hai già sporto reclamo. Sa che L’Eni non ti ha ancora risposto. Sa che vorresti incendiare l’Energy Store. Quindi ti dice: “Vattene a casa. Fatte ‘na camomilla. Aspetta du’ settimane e poi, senza che vieni qua a perde’ tempo, chiamame a me. Questo è il mi numero.”


Google crea idioti

01/07/2009

Riassunte e banalizzate, le verità scolpite da Andrew Keen (Santo subito) nel volume “dilettanti.com” sono: Google crea idioti, Wikipedia li ingrassa, Youtube li trasmette, Facebook li censisce, Badoo li accoppia e Digg li eleva al rango di giornalisti. Il tutto non senza conseguenze sul sistema economico.

Dall’introduzione: “Un evangelizzatore della Silicon Valley, durante una festa, mi ha raccontato della sua ultima impresa. Un software un po’ MySpace, un po’ Youtube, un po’ Wikipedia e un po’ Google. Il tutto all’ennesima potenza. Ho replicato spiegandogli il mio libro. Una polemica sull’impatto distruttivo della rivoluzione digitale sulla cultura, sull’economia e sui valori. Ignoranza, più egoismo, più cattivo gusto, più tirannia delle masse. Il tutto all’ennesima potenza.”


Roma Capitale (dell’Africa)

30/06/2009

Giardinetti di viale Trastevere

«Roma sembra l’Africa» ha detto uno (Berlusconi). Sia in periferia, dove il suocero di un altro (Casini) ha costruito migliaia di palazzine e neanche un cassonetto. Dove le precedenti amministrazioni si sono dimenticate di organizzare la raccolta dei rifiuti. Sia nelle zone centrali. Dove nelle famose buche, ereditate dalle precedenti amministrazioni, ripara ogni sorta di schifezza, mentre ai margini della strada o sui marciapiedi – ne sanno qualcosa le turiste americane che passeggiano in infradito col naso al cielo – si deposita il ciarpame (quello vero).

Il resto qui o giovedì in edicola su Tempi con il Giornale.


Berlusconi e il sosia

29/06/2009

Chi critica la condotta di Berlusconi dovrebbe imparare a memoria Il sosia di Dostoevskij, opera giovanile ritenuta troppo prolissa perfino da Belìnskij, primo mentore del nostro eroe (evidentemente Belìnskij non aveva idea di quanto sarebbe diventato prolisso il nostro eroe). Berlusconi è l’unico in Italia a non avere bisogno di un sosia, di sentirsi dire che è “migliore degli altri” e non “il peggiore di tutti”. Le cose di cui ha bisogno Berlusconi sono altre: Gianni Letta e il Milan (mica delle televisioni). Se le perde, torna ad essere un Goljàdkin come gli altri.