Archive for the 'Veneto' Category

Parlare veneto, pregare in latino

02/11/2010

Se la bestemmia è veneta, dal motu proprio “Summorum Pontificum”, promulgato da papa Benedetto, la preghiera è sempre più latina, tanto nell’urbe, quanto nell’orbe marciano, laddove gli affezionati della “forma speciale” del rito sembrano essere i più veneti di tutti. A Verona, Venezia, Padova, Treviso (a Vicenza un po’ meno, complice l’ex vescovo progressista mons. Nosiglia, recentemente trasferito a Torino con onere e onor di porpora) sacerdoti latinisti celebrano secondo il messale di Pio V di fronte, anzi, di spalle, a donne col capo coperto e uomini silenziosi, uniti da una fede non solo spirituale, che abbraccia spada e libro marciani. Solenne e preziosa è la messa di don Vilmar Pavesi, che nella chiesa veronese di Santa Toscana comunica e benedice venetisti della prima ora come Maurizio Ruggero, crociato televisivo antigay e coordinatore del movimento legittimista Sacrum Imperium, che ogni anno ricorda con messa, fucili e insegne della Serenissima, l’insorgenza antifrancese di Verona fidelis, avvenuta nel 1797. Secondo Ruggiero l’homo venetus ama il rito tridentino anzitutto perché riferisce se stesso all’orizzonte ideale antecedente il 1789, quello dell’ancien régime e del grande impero ecumenico sacro, romano e cristiano, che aveva nella Venetia una meravigliosa Svizzera affacciata sul mare, e che oggi ha in Verona una delle roccaforti della militanza antiborghese. Di diverso avviso è Nicolò Calore, ventiquattrenne rugbista padovano, goliarda, membro del tribunato degli studenti del Bo, due spalle da far paura al meglio armato fra i giacobini. Calore ha il suo punto di riferimento nella chiesa di San Canziano, a Padova, ma non disdegna trasferte nelle highlands scozzesi dove il latino risuona da tempi immemori: “Venezia ha costruito la sua fama come come potenza commerciale e ha goduto di privilegi in virtù della laicità e della privatezza della sua politica estera” spiega Calore. “Ciò che l’ha resa veramente grande, però, è stato il suo impegno nella vittoriosa battaglia di Lepanto, quando, attorno al Leone, si sono riunite tutte le forze cristiane. Siamo nel 1571, quando il papa era Pio V, lo stesso del concilio di Trento, lo stesso che ha promulgato il messale tridentino. I venetisti sono affezionati alla forma speciale del rito perché era la forma in uso al momento della massima grandezza spirituale e militare della Serenissima. Non a caso, in quel periodo, Ignazio di Loyola scelse di essere ordinato sacerdote proprio a Venezia”. Più cauto, anzi, decisamente schivo, fugge ogni accostamento fra Serenissima e latino l’eroico Fausto Faccia, uno dei protagonisti di un’impresa più recente ma non meno gloriosa, leggi l’assalto al campanile in piazza San Marco. Faccia frequenta la chiesa dei Santi Simeone e Giuda Taddeo Apostoli, vulgo San Simeon Piccolo. Sarà che lì a celebrare è un religioso tedesco della Fraternità San Pietro, al secolo Konrad von Löwenstein, figlio di Rupert, manager dei Rolling Stones, gruppo che inneggiava alla “Sweet Virginia”, mica a San Marco.

Pubblicato su il Foglio

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Veneti vs Lega

07/10/2010

Amano il Leone, odiano la Lega: sono orfani dei “Serenissimi” che nel 1997 occuparono piazza San Marco con un carro poco armato e fucili giocattolo. Non controllano banche o fondazioni. Sono di destra, di sinistra, cattolici, atei e persino pagani. Alla larga da Venezia, fra capannoni e autostrade, organizzano pizzate indipendentiste, laddove, più che la violenza, può l’ironia: “mi porti una tricolore ben cotta. Anzi, bruciata.” Hanno un esercito, ma spaventa poco: si chiama Reggimento Infateria Veneto Real. È armato di schioppi (che sparano a salve) e composto da una cinquantina di bravi in divisa storica e da una ventenne con treccine rasta. Agli ordini del capitano Alberto Montagner esegue “manovre a norma dell’Esercizio Militare e della Regola dell’Infanteria Veneta del 1732”. Operai, artigiani e commercianti, vantano fra le proprie fila anche dei professori universitari di ruolo in Italia (scuseranno il termine) e all’estero. Qualcuno ha un fabbrichetta, come i fratelli Patrick e Gabriele Riondato. Non sono né razzisti, né antimeridionalisti. Hanno votato Progetto Nordest (quando c’era Giorgio Panto, quello delle finestre), Partito Nasional Veneto, I Veneti, Intesa Veneta, Liga Veneta Repubblica, Unione Nordest e Indipendenza Veneta. Lega mai, o solo di nascosto. “È il pilastro portante dello stato italiano. Raccoglie voti di protesta ma non li usa” spiega Lodovico Pizzati, segretario di Veneto Stato, sigla nata di recente: “Veneto Stato è un il nuovo schieramento indipendentista unitario. Nasce dalla fusione fra PNV e I Veneti, e conta sull’adesione di alcuni esponenti del PNE”. Obiettivo manifesto: l’indipendenza del Veneto da raggiungersi per via referendaria. “Faremo come il Montenegro, ci presenteremo alle elezioni e, se riusciremo ad eleggere dei nostri rappresentanti, richiederemo alla Comunità Europea il monitoraggio necessario per indire una consultazione”. Secondo quanto stabilisce il diritto internazionale, bastano l’80% del quorum e il 55% di preferenze per portare a casa l’indipendenza, mica il federalismo solidale. “Rispettiamo i popoli del sud: abbiamo amici nei gruppi autonomisti sardi e siciliani che partecipano alle nostre riunioni per apprendere il know-how indipendentista” dice Pizzati. Un know-how che, finora, non ha prodotto molto. Colpa dell’individualismo di troppi dogi, incapaci di riunire sotto un’unica bandiera aspirazioni e preferenze venetiste, come nota anche Davide Guitto, presidente dell’associazione (non partito) Raixe Venete: “Noi non facciamo politica. Ci battiamo per difendere la cultura, la lingua e l’identità veneta”. Da 7 anni Guiotto e soci organizzano la Festa dei Veneti, una tre giorni di eventi a Cittadella, in provincia di Padova. “L’edizione 2010, intitolata ‘150 de cosa?’, è stata dedicata al ricordo del referendum di annessione del Veneto all’Italia, avvenuto nel 1866”. Referendum che ha il sapore della truffa. “Le schede erano di colore diverso, come diverse erano le urne” ricorda Guiotto. “Non bastasse, in ogni seggio era presente un carabiniere che controllava l’esito di ciascuna votazione”. In effetti il risultato grida vendetta anche agli occhi del savoiardo più sfegatato: Italia 650.000, Veneto 59. Non c’è da stupirsi se, forti di un tale consenso, gli italiani, pardon italioti, come li chiamano i venetisti, si sentirono in diritto di iniziare un’inesorabile opera di distruzione dell’identità marciana, che ancora imperversa nelle commediole all’italiana e nelle fiction tv, contro cui Zaia si è scagliato recentemente. “L’anno scorso si era espresso a favore dell’inserimento della lingua veneta nei programmi scolastici. Ora non ne parla da un pezzo. Parla di fiction: ha ragione, il Veneto fa sempre la parte dello stupido, del servo, della puttanella… però da lui ci si aspettava di più” continua Guiotto. “Non è ammissibile che la millenaria storia della Serenissima sia licenziata in tre righe nei libri di testo delle scuole”. Che fare dunque, per rimediare? Un altro partitino? Guiotto, da affezionato del Leone, ha un’altra idea: “Si sono delineate due strade, una culturale e una politica. Io preferisco camminare lunga la prima.” Nonostante le chiacchiere della Lega, che, se prima strizzava l’occhio al movimento, oggi comincia a spazientirsi. Nel 2009, Flavio Tosi, sindaco leghista di Verona, ha permesso ad un manipolo di assessori della sua giunta di bloccare una messa celebrata in onore dei “patrioti” caduti durante l’insorgenza antifrancese del 1797. Nel marzo 2010, Calderoli, presentatosi troppo tardi per ricevere gli onori del Reggimento Veneto Real ad una rievocazione organizzata a Cerea (VR), ha dichiarato ad un giornalista di Rete Veneta (a chi sennò?) che l’indipendenza del Veneto è un sogno per stupidi. E quindi non va finanziata. Tant’è che, quando è giunta l’ora di stanziare l’obolo per la Festa di Cittadella, la giunta Zaia ha dimezzato i fondi che Giancarlo Galan passava volentieri. “Non bisogna dimenticare che questo è successo perché nel 2010 la Regione aveva già stanziato dei fondi per sostenere altre iniziative” rassicura Guiotto, che vuol tenere buoni rapporti con tutti. Compresi quelli con i ragazzi di Unità Popolare Veneta, schieramento indipendentista di sinistra, solidarista, vicino ai baschi di Euskadi ta Askatasuna e antileghista, cui ha concesso cittadinanza anche a Cittadella. Va bene non inimicarsi la Lega, “i buoni amministratori” e soprattutto l’assessore regionale Roberto Ciambetti, colomba bianca delegata a tenere le relazioni con i venetisti. Ma più importante è far capire agli italiani, e soprattutto ai veneti, che sulla Serenissima non splende il sole delle Alpi.

Pubblicato su il Foglio

L’ignoranza non è triangolare

18/09/2010

Gentile Elisabetta, concedimi alcuni appunti a proposito del tuo articolo intitolato “Il Triangolo ottuso dell’ignoranza – Adro, Tradate, Cittadella”. Su Adro, da amante del Franciacorta (il vino) e ancor più dei bambini, sono con te su tutta la linea. Tradate non so dove sia né cosa vi succeda, quindi mi fido di te e sottoscrivo le tue perplessità. Cittadella, invece, ho imparato a frequentarla spesso, specie da quando gli amici di Raixe Venete organizzano, oramai da anni, la Festa a cui anche tu hai avuto modo di partecipare, armata di preziosa curiosità e di un blocchetto per gli appunti. Ed è proprio a proposito di quanto hai scritto su quest’ultima località della periferia italiana che vorrei esprimere il mio dissenso. Anzitutto, all’inizio del tuo articolo, dici che qui, come ad Adro e Tradate, si “vive bene”, quasi insinuando (o forse insinuo troppo io, nel caso chiedo scusa) che vivere bene sia, se non una colpa, una condizione di minorità, da scontarsi a prezzo del silenzio. Che a Cittadella e nel Veneto intero si viva bene, inoltre, non è del tutto vero, almeno stando ai dati della Confartigianato locale e di altre associazioni di categoria e, soprattutto, ai volti dei numerosissimi imprenditori e artigiani costretti dalla crisi a chiudere bottega e a lasciare senza lavoro ancor più numerosi dipendenti (pare che per colpa della congiuntura economia, anche se la motivazione non credo basti a dar ragione del fenomeno, il bollettino dei suicidi avvenuti nella zona sia in costante e preoccupante aggiornamento). Lo scandalo che manifesti, peraltro, al solo pensiero che qualche decina di migliaia di veneti si ritrovi per celebrare la propria cultura puzza un poco di ideologia (sempre che tu non ti scandalizzi quando la stessa cosa avviene in Sardegna, in Puglia, in Sud-Tirolo o a Roma). Mi pare assurdo, poi, che tu pretenda che non si possa nemmeno discutere (parole tue) delle modalità con cui si è svolto il referendum per l’annessione del Veneto all’Italia nel 1866 (referendum che ogni persona di buon senso e gran parte degli storici italiani, nemmeno veneti, ha rubricato come “irregolare”). Referendum, ripeto, svoltosi nel 1866 e non nel 1800, come dici tu… suvvia, si tratta di qualcosa che è avvenuto 144 anni fa. Fosse assurdo discutere di quello, lo sarebbe ancora di più – ma non credo che tu lo pensi – festeggiare, il prossimo anno, la nascita di uno stato che ha più o meno la stessa età, anzi, è un po’ più vecchio, e che, fra le altre cose, ha mandato in guerra i miei e i tuoi nonni.

Non solo tette

09/09/2010

Michela Murgia, vincitrice sarda di un Campiello che non passerà alla storia per il libri ma per le tette della Avallone, sogna l’indipendenza della Sardegna sulla copertina del Corriere.

Sogno l’indipendenza della Sardegna, perché la Sardegna, a differenza della Padania, non è una trovata economica, ma un luogo che esiste davvero, con una sua storia, una sua lingua, una sua necessità di autodeterminarsi” spiega nel culturale a Fabrizio Roncone.

Roba che altri, per il Veneto, vincessero mai uno Strega, potrebbero sognare solo sulla pagina dei necrologi.

A Paolo Giacon, sulla Festa dei Veneti

09/09/2010

Carissimo consigliere provinciale padovano di minoranza, ti scrivo per farti notare qualche incongruenza presente nella tua nota sulla Festa dei Veneti. Per intenderci, quella in cui parli di “fallimento” della “rievocazione del plebiscito del 1866 per l’annessione del Veneto” all’Italia. Fallimento in quanto, secondo gli organizzatori, avrebbero votato “solo” 500 persone sui 45.000 e rotti partecipanti alla tre giorni di festa, uno su cento, come dici tu. Numeri bassi, paragonati al totale della popolazione veneta… non fosse che nel 1866 votarono in 650.000 su una popolazione di 2.500.000 persone e che, all’epoca, l’evento referendario ebbe maggiore pubblicità di quella offerta da due articoli sul mattino di Padova e un editoriale di Zwirner su Telenuovo. Senza contare che allora i seggi rimasero aperti per due giorni (21 e 22 ottobre), mentre a Cittadella solo per un paio d’ore e solo la domenica pomeriggio e che, differentemente da domenica 5 settembre, nel 1866 nessuno fu distratto “dagli stand gastronomici, birra, salsicce, piadine, ciambelle e bancarelle”, ingredienti vincenti di ogni ritrovi politico e culturale (a proposito, hai fatto un giro alla festa del Pd, il tuo partito, in corso a Padova? Non so oggi, ma ieri, di fronte a sei relatori accomodati sul palco nella “zona dibattiti”, sedeva solo una decina di persone sonnolenti. Inutile dire che negli stand gastronomici c’era la fila).
Circa il tuo dubbio, poi, sulla questione del voto femminile (nel 1866, come hai giustamente sottolineato, le donne non votavano) ti confermo che sì, a Cittadella le donne hanno votato. Sai com’è… per quanto “superficiali, inutili e grossolani”, né il presidente di seggio né gli scrutatori se la sono sentita di negare carta e penna a nonne, mamme e signorine.

Ultima cosa, permettimi, ma mi scoccia un poco, da venetista dell’ultima ora e con pochi meriti, sentirti insinuare che la rievocazione è stata un insuccesso “di Bitonci e dei suoi collaboratori”. I volontari che hanno lavorato all’organizzazione della festa non sono leghisti, o lo sono solo in parte e solo nel segreto dell’urna. Senza tornare all’edizione 2008, quella in cui un manipolo di attivisti ha srotolato lo striscione che puoi vedere in foto, durante l’edizione appena conclusa, nel dibattito di venerdì, l’assessore regionale leghista al bilancio Roberto Ciambetti (che ad occhio e croce ama “la Festa” meno di quanto non la amasse Galan) è stato duramente contestato sia da alcuni relatori che dal pubblico. Peraltro, e scusa la pedanteria, fra le fila dei volontari c’erano alcuni ragazzi di Unità Popolare Veneta (con tanto di maglietta e stand dedicato), che son tutto tranne che leghisti (vedi sito).
Fuor di polemica ti confermo comunque la mia stima, spero che continuerai a lavorare per la nostra terra come hai sempre fatto, e attendo il giorno in cui, e siamo in molti a sperarlo, più di 500, credimi, si farà un referendum democratico per l’indipendenza del Veneto. Magari quel giorno verrai a votare anche tu, voteranno anche le donne, non ci saranno carabinieri con lo schioppo puntato e nemmeno qualche delegato di partito come quello che (mi pare di ricordare o forse me lo son sognato, resto col dubbio e non insinuo alcunché) con coccarda sul giacchino, qualche elezione fa, davanti al seggio allestito presso la scuola Pascoli di Padova, ha fermato uno sbarbatello che è diventato con gli anni un pedante venetista, gli ha dato la mano strizzando l’occhio e gli ha detto: “Mi raccomando, vota bene!”