Archive for the 'Casa&Chiesa' Category

Vita da preti: alcune recensioni

25/01/2011

Di seguito alcune recensioni di “Vita da preti”. Per esteso quella di Camillo Langone pubblicata su Libero e su dagospia. Poi altre.

Gli abiti distruggono il monaco
La presente crisi della Chiesa è soprattutto una crisi del clero, perciò casca a fagiuolo l’esordio editoriale di Carlo Melina: “Vita da preti” (Vallecchi, pp. 192, euro 14,50). Melina è un giornalista giovane (nato nel 1979) ma la sa lunga: cresciuto in mezzo a Comunione e Liberazione (poi ci dev’essere stato qualche problema: «Ne sono uscito appena possibile, pur riconoscendo l’originalità del metodo giussaniano »), è nipote di un monsignore e ha vissuto per qualche tempo addirittura in Vaticano, come fosse una guardia svizzera.

Ma non è una guardia svizzera, se non altro perché è veneto e più del vin santo gradisce lo spritz. Il suo è lo sguardo giusto, ravvicinato ma non troppo, partecipe ma non obnubilato, per raccontarci la vita quotidiana dei preti, e se il sottotitolo promette “Grazie e disgrazie del ministero sacerdotale”, sappiate che manterrà innanzitutto le seconde, essendo le prime poco visibili con gli occhiali mondani del giornalismo d’inchiesta.

Non è un libro che aumenterà il numero di vocazioni, quindi, e la figura di prete che ne risulta è un ben poco affascinante povero prete, circondato da un mondo falsamente virtuoso che lo accusa di non fare l’impossibile. Il campione è parecchio significativo, Melina ha la stoffa dell’inviato e ha macinato non so quanti chilometri per incontrare e intervistare preti giovani e preti vecchi, parroci di provincia e prelati romani, sacerdoti che vivono in mezzo alla gente e monaci che hanno scelto di menare vita romita in mezzo ai boschi.

Una gran varietà di casi ma la stessa malinconia, quel grigiore comune che deriva dall’aver gettato la tonaca alle ortiche pur continuando a pregare e a celebrare. Uomini interiormente preti ma esteriormente spretati, come fossero seguaci di una religione intimista e disincarnata, insomma più gnosticismo che cristianesimo. C’è il salesiano che indossa t-shirt con scritto “Boss”: anziché su “Don Camillo” e “Il grande silenzio” si sarà formato su “Scarface”.

C’è il prete ciellino in maglioncino, speriamo senza marchiettino. C’è il neocatecumenale in «mocassino povero, pantalone nero, camicia grigia stretta dal collarino». C’è il parroco di Firenze che ho conosciuto anch’io e quindi posso confermare, si chiama Roberto Tassi e davvero apre la chiesa che fu di Dante con la camicia di pile, i turisti lo prenderanno per l’uomo delle pulizie (si lamentano che la confessione è in declino, ma se un prete nemmeno lo riconosci come fai a chiedergli l’assoluzione?).

Perfino il monaco camaldolese si presenta al giornalista in indumenti borghesi, dice che «la facoltà di portare la tunica è libera», compiacendosi di un’accezione di libertà oltremodo meschina: la libertà di vestirsi come tutti, la libertà di essere conformisti.

Molti preti cattolici intervistati da Melina vestono da pastori protestanti ovverosia da eretici, indossando il becchinesco clergyman (giacca e pantaloni neri con camicia dello stesso colore oppure grigia), che già dal nome anglofono non c’entra nulla con Santa Romana Chiesa. Solo un prete compare in queste pagine in talare e guarda caso celebra in latino: «Vestirsi così funziona meglio di tante prediche. Il sacerdote da quando ha riposto l’abito è diventato talmente vicino alla gente da essere sparito ». Poi però quando Melina commosso da tanto fervore gli chiede il permesso di passare al tu ecco che il don si irrigidisce, rifiuta l’intimità. Ma non eravamo tutti fratelli? Non siamo, noi cristiani, quelli che danno del tu addirittura a Dio? Troppe incrostazioni, troppe contraddizioni minano la testimonianza di consacrati che sembrano fare di tutto per smentirsi e offrire il fianco alle critiche.

L’unico che sembra avere capito tutto è l’esorcista ultranovantenne: «La colpa è molto cattiva coi preti. Colpa dell’azione subdola del demonio». Giusto, solo il Maligno può spingere gli ignoranti e gli invidiosi ad accusare di cupidigia questi uomini scalcagnati. «Il problema è il cappotto» confessa un intervistato. «Il mio ha trent’anni, l’ho ricevuto in eredità da un vecchio prete che ora è morto». Allegria!

Il Tempo
Intervista a Telechiara
Il Sole24ore
Il Mattino di Padova
Il Foglio
ToscanaOggi
Il Corriere dell’Irpinia
Il Corriere del Veneto
L’Indro
Nuova Scintilla
Messaggero Veneto

Madonna vs nani

06/01/2011

Per amare la natura bisogna prima amare l’uomo, altrimenti si fa come i nani che, credendo di difendere il panorama, hanno difeso il dio Tontolo a scapito di una statua della Vergine Maria, della natura, dell’uomo e della sua libertà. Non serve essere cristiani, ma serve non essere tonti, per riconoscere che la Madonna è garanzia e simbolo di libertà. Garanzia perché dove non ha cittadinanza, come in certe zone dell’Africa, del Medio Oriente e dell’Asia (speriamo che il Parco dei Colli Euganei non allunghi la lista), anche la libertà dell’uomo è messa in discussione. Simbolo perché rimanda ad una giovane ragazza madre, ad un’umile profuga costretta da un regime straniero a partorire in una grotta e, qualche anno dopo, ad assistere alla morte del suo unico figlio, complici la diffidenza di un clero ottuso e corrotto, e la dabbenaggine della gente. Chi ama i Colli Euganei combatte gli abusi e gli obbrobri edilizi, gli agriturismi tinteggiati di rosa, le marmitte dei motociclisti, le discoteche con i nomi in inglese, le osterie che vendono mojito invece di raboso, le antenne sulla cima e l’amianto nelle viscere del monte Venda. Affari di cui non si curano i partigiani del sedicente “Collettivo Operasione Pirio”, che, dietro ad una sigla, dall’omonimo blog prendono le distanze dal trafugamento della statua, ma ironizzano volentieri sulla “Santissima Biancaneve Madonnina del Monte Pirio”, la sostituiscono con un nano da giardino, e lanciano una petizione contro “l’edificazione ex novo di manufatti di qualsiasi tipo riconducibili a movimenti religiosi”, non potendo far nulla contro quelli che abitanti ed escursionisti sono già abituati ad incontrare, quali le decine di capitelli e crocifissi che non solo impreziosiscono e umanizzano il paesaggio collinare, ma testimoniano l’amore per la libertà e per l’uomo di chi ci ha preceduto: contadini, allevatori, cacciatori, osti e gitanti che hanno intitolato la seconda vetta del complesso collinare alla Madonna e che, attorno alle abbazie di Praglia e di Carceri, ai monasteri del monte Venda e di san Daniele, all’eremo del monte Rua, ai santuari di Monselice, Teolo e Monteortone, hanno orientato la propria esistenza. Non è per “narcisismo”, come sostengono i ragazzi del “collettivo”, ma per amore dell’uomo e della sua libertà che qualcuno si è preso la briga di portare una statua della Madonna fin sul monte Pirio. Narcisista è chi, al grido sordo di “o tutti o nessuno”, istiga ad azioni di contrasto, a disseminare i colli di statuette raffiguranti nani che non sono né garanzia di libertà, né simbolo di amore verso l’uomo: nessuno si è mai inginocchiato di fronte a un nano, ha costruito templi in suo onore, ha amato altri uomini seguendo il suo esempio. I nani sono il simbolo, semmai, della dabbenaggine e della ristrettezza mentale di chi è abituato a guardare la natura e l’uomo dal basso del proprio ombelico.

pubblicato sul Corriere del Veneto il 6/01/2010

Santa Giustina vs indiani

05/12/2010

La domenica è il giorno del Signore, non degli indiani. Vivono a Padova e non nelle tende i fedeli che riempiono la cripta della Basilica di Santa Giustina, dove si dice messa alle 9.30 (in cripta fa più caldo). La celebrazione è molto raccolta, non ci sono chitarre, c’è un organo, c’è anche un organista, ci sono il parroco, un monaco, molti vecchi, molti cinquantenni e molti trentenni, quest’ultimi osservati con gran rispetto da chi scrive, perché loro e non altri sono i baluardi della fede in quella che, nonostante l’esilio romano, resta la mia parrocchia. Non indossano pantaloni viola (che è il colore dell’avvento, ma sta bene solo addosso al celebrante), scarpe Hogan o pellicce ecologiche: sono gli eroi dei nostri giorni, costretti a difendersi dagli attacchi dei gentili tanto fuori quanto dentro la Basilica, dove il nulla avanza sotto forma di un volantino stampato – pensa un po’ – dalla Caritas diocesana. Il predetto non invita alla preghiera, al digiuno o alla carità… piuttosto a differenziare i rifiuti e a diminuirne la produzione, con citazione di Capriolo Zoppo, “capo della nazione indiana dei Duwamnish”. Sai com’è? Né Santa Giustina, né San Prosdocimo (patrono di Padova), né San Daniele, né Sant’Antonio, né San Luca, né alcuno dei martiri di cui sono conservate le spoglie in Basilica o in città avevano affrontato un argomento così caro ai quarantenni.

Incunaboli vs illustrazioni

05/12/2010

Museo diocesano di Padova. Studenti, giornalisti e disabili entrano gratis, gli altri pagano (poco). Dentro ci trovi meraviglie: qualche Tiepolo, una raccolta di lussuosissime pianete, la cappella costruita dal vescovo Barozzi (preziosa quasi quanto quella degli Scrovegni), un’esposizione di splendidi incunaboli di cui Padova è ricchissima (la biblioteca capitolare è la più illustre d’Europa, quindi del mondo).
“Ci vengono dieci persone al giorno” mi spiega una delle volontarie che tengono aperta la baracca, bellissimo sorriso, bellissimi occhi azzurri, fra le mani la rivista Internazionale (nessuno è perfetto): “Sa, il museo è poco pubblicizzato”. Che poi a uno vien da colpevolizzare Andrea Nante, direttore dei Musei diocesani, che assicura spolvero e presenze alla biennale di illustrazione sul tema “i quattro elementi” ossia terra, fuoco, aria e acqua, detta “i Colori del Sacro”, da lui curata, organizzata e pubblicizzata coi soldi della diocesi, che credo a tutt’oggi ancora cattolica e non pagana, sempre che Nante sia d’accordo.

Papa vs preservativo

23/11/2010

Il papa è infallibile, gli altri no. Sbaglia il direttore dell’Osservatore Romano, che nel giorno del concistoro parla di preservativi (vedi Tornielli). Sbagliano i traduttori del libro-intervista “Luce del mondo”, che prendono prostituti per prostitute (la differenza è evidente, non solo a livello teologico). Sbagliano i commentatori che prendono per “apertura al preservativo” quella che è una conferma della posizione della chiesa sul tema. In sostanza il papa ha detto, anzi ribadito, che il preservativo non è sufficiente a prevenire l’infezione da HIV e che il suo utilizzo è giustificato solo da parte di prostituti (e non di prostitute). Esso (il preservativo), oltre a non assicurare una protezione certa dalle malattie sessualmente trasmissibili (piuttosto favorisce la banalizzazione dell’atto coniugale), ha anche un’altra funzione – gravemente immorale – nel caso di rapporti fra eterosessuali, quella cioè di anticoncezionale. Funzione che non si dà nel caso che ad utilizzarlo siano due sodomiti, di qui la giustificazione del papa (che apertura non è).

Parlare veneto, pregare in latino

02/11/2010

Se la bestemmia è veneta, dal motu proprio “Summorum Pontificum”, promulgato da papa Benedetto, la preghiera è sempre più latina, tanto nell’urbe, quanto nell’orbe marciano, laddove gli affezionati della “forma speciale” del rito sembrano essere i più veneti di tutti. A Verona, Venezia, Padova, Treviso (a Vicenza un po’ meno, complice l’ex vescovo progressista mons. Nosiglia, recentemente trasferito a Torino con onere e onor di porpora) sacerdoti latinisti celebrano secondo il messale di Pio V di fronte, anzi, di spalle, a donne col capo coperto e uomini silenziosi, uniti da una fede non solo spirituale, che abbraccia spada e libro marciani. Solenne e preziosa è la messa di don Vilmar Pavesi, che nella chiesa veronese di Santa Toscana comunica e benedice venetisti della prima ora come Maurizio Ruggero, crociato televisivo antigay e coordinatore del movimento legittimista Sacrum Imperium, che ogni anno ricorda con messa, fucili e insegne della Serenissima, l’insorgenza antifrancese di Verona fidelis, avvenuta nel 1797. Secondo Ruggiero l’homo venetus ama il rito tridentino anzitutto perché riferisce se stesso all’orizzonte ideale antecedente il 1789, quello dell’ancien régime e del grande impero ecumenico sacro, romano e cristiano, che aveva nella Venetia una meravigliosa Svizzera affacciata sul mare, e che oggi ha in Verona una delle roccaforti della militanza antiborghese. Di diverso avviso è Nicolò Calore, ventiquattrenne rugbista padovano, goliarda, membro del tribunato degli studenti del Bo, due spalle da far paura al meglio armato fra i giacobini. Calore ha il suo punto di riferimento nella chiesa di San Canziano, a Padova, ma non disdegna trasferte nelle highlands scozzesi dove il latino risuona da tempi immemori: “Venezia ha costruito la sua fama come come potenza commerciale e ha goduto di privilegi in virtù della laicità e della privatezza della sua politica estera” spiega Calore. “Ciò che l’ha resa veramente grande, però, è stato il suo impegno nella vittoriosa battaglia di Lepanto, quando, attorno al Leone, si sono riunite tutte le forze cristiane. Siamo nel 1571, quando il papa era Pio V, lo stesso del concilio di Trento, lo stesso che ha promulgato il messale tridentino. I venetisti sono affezionati alla forma speciale del rito perché era la forma in uso al momento della massima grandezza spirituale e militare della Serenissima. Non a caso, in quel periodo, Ignazio di Loyola scelse di essere ordinato sacerdote proprio a Venezia”. Più cauto, anzi, decisamente schivo, fugge ogni accostamento fra Serenissima e latino l’eroico Fausto Faccia, uno dei protagonisti di un’impresa più recente ma non meno gloriosa, leggi l’assalto al campanile in piazza San Marco. Faccia frequenta la chiesa dei Santi Simeone e Giuda Taddeo Apostoli, vulgo San Simeon Piccolo. Sarà che lì a celebrare è un religioso tedesco della Fraternità San Pietro, al secolo Konrad von Löwenstein, figlio di Rupert, manager dei Rolling Stones, gruppo che inneggiava alla “Sweet Virginia”, mica a San Marco.

Pubblicato su il Foglio

I diritti dei bambini

07/10/2009

Davanti alla cappella dell’Ospedale Bambin Gesù, a Roma, c’è un pannello al quale sono affissi alcuni disegni. Opera dei giovani ricoverati che hanno disegnato, ciascuno sul proprio foglio, quello che ritengono il loro diritto fondamentale. Fra gli altri, riporto: il diritto a non essere paziente, ad urlare, ad essere protetto, ad essere curato, a giocare, ad avere una mamma, ad andare a scuola, a guarire, a non avere male. Oltre ovviamente al diritto ad essere furbi, né scritto né disegnato, ma chiaramente testimoniato dall’opera di Daniele, che, con tanto di copia in scala 10:1, ha disegnato il diritto ad avere il Game Boy.

E poi dicono dei francescani…

16/06/2009

Frate Bernardo ha un profilo su Facebook. In cui scrive:

C’è chi ha poco e lo da tutto. Questi crede nella vita e il suo forziere non sarà mai vuoto.

Ovviamente Frate Bernardo dà tutto, su Facebook e non solo, accenti compresi. Compreso il link del sito http://colombesposi.multiply.com

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Lettera sull’amore al tempo di Facebook

09/10/2008

Cara Maria Grazia, hai un nome molto bello e molto cristiano, usalo. Drusilla, lo pseudonimo che hai scelto qui, è brutto, oltre che pagano – non me ne voglia Drusilla martire; figlia dell’Imperatore Traiano, la tua santa virtuale usciva ogni sera con cinque ragazze, più o meno come fai tu. Anche lei andava a caccia di uomini, più che altro dei loro corpi – i corpi dei martiri cristiani, secondo costume abbandonati sulla pubblica via. Drusilla, quella vera, usciva la sera per raccogliere cadaveri e seppellirli. L’hanno arrestata dopo neanche un mese; fustigata e buttata in un pentolone pieno d’acqua bollente. Com’è cambiato il mondo! Allora c’era la certezza della pena. Adesso, ci sono gip e gup. Di Santa Drusilla ne ha parlato San Giovanni Crisostomo. Di te ne parlo io, in un testo che del pontificale ha solo l’oziosa solennità. E tu, centinaia di anni dopo, eccoti qui a vendicare quella strage, facendo strage di altrettanti uomini – che a quanto vedo dall’album “mariagrazia”, non mancano della rigidità dei cadaveri.

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La vespa che non crede ai miracoli

10/06/2008

Stamattina un’auto non ha rispettato la precedenza e ha investito la vespa di mio padre. Al posto suo – di mio padre – c’ero io. Il botto è stato forte, la vespa s’è fatta parecchio male, io niente di niente: sai te come, son caduto in piedi. L’investitore, dopo aver bestemmiato, essersi scusato, ha detto di venire dalla Basilica del Santo; inutilmente, secondo lui, vi si sarebbe trattenuto a pregare in favore della coniuge gravemente malata. Avesse fatto a meno, vien da pensare, io non griderei al miracolo e la vespa di dolore.

Santo a Rovigo, interdetto ad Adria

31/10/2007

Qualche tempo fa, tipo una cinquantina d’anni, per la prima volta in carriera trovatosi ad ungere un infermo, un prete venne così interpellato:
-Padre, secondo lù, mi sogna cristian?

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Siamo tutti naufraghi (ketamina, sbarellati, etc.)

20/08/2007

Viviana, simpatica e a quanto vedo graziosa figliola, ha speso un periodo di vacanza ad Ibiza, in disponibile compagnia di sua madre – niente popò di meno. Parecchio fruttuoso è stato il di lei soggiorno, tant’è che ha ritenuto di darcene notizia a mezzo stampa.

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