Veneti vs Lega

07/10/2010

Amano il Leone, odiano la Lega: sono orfani dei “Serenissimi” che nel 1997 occuparono piazza San Marco con un carro poco armato e fucili giocattolo. Non controllano banche o fondazioni. Sono di destra, di sinistra, cattolici, atei e persino pagani. Alla larga da Venezia, fra capannoni e autostrade, organizzano pizzate indipendentiste, laddove, più che la violenza, può l’ironia: “mi porti una tricolore ben cotta. Anzi, bruciata.” Hanno un esercito, ma spaventa poco: si chiama Reggimento Infateria Veneto Real. È armato di schioppi (che sparano a salve) e composto da una cinquantina di bravi in divisa storica e da una ventenne con treccine rasta. Agli ordini del capitano Alberto Montagner esegue “manovre a norma dell’Esercizio Militare e della Regola dell’Infanteria Veneta del 1732”. Operai, artigiani e commercianti, vantano fra le proprie fila anche dei professori universitari di ruolo in Italia (scuseranno il termine) e all’estero. Qualcuno ha un fabbrichetta, come i fratelli Patrick e Gabriele Riondato. Non sono né razzisti, né antimeridionalisti. Hanno votato Progetto Nordest (quando c’era Giorgio Panto, quello delle finestre), Partito Nasional Veneto, I Veneti, Intesa Veneta, Liga Veneta Repubblica, Unione Nordest e Indipendenza Veneta. Lega mai, o solo di nascosto. “È il pilastro portante dello stato italiano. Raccoglie voti di protesta ma non li usa” spiega Lodovico Pizzati, segretario di Veneto Stato, sigla nata di recente: “Veneto Stato è un il nuovo schieramento indipendentista unitario. Nasce dalla fusione fra PNV e I Veneti, e conta sull’adesione di alcuni esponenti del PNE”. Obiettivo manifesto: l’indipendenza del Veneto da raggiungersi per via referendaria. “Faremo come il Montenegro, ci presenteremo alle elezioni e, se riusciremo ad eleggere dei nostri rappresentanti, richiederemo alla Comunità Europea il monitoraggio necessario per indire una consultazione”. Secondo quanto stabilisce il diritto internazionale, bastano l’80% del quorum e il 55% di preferenze per portare a casa l’indipendenza, mica il federalismo solidale. “Rispettiamo i popoli del sud: abbiamo amici nei gruppi autonomisti sardi e siciliani che partecipano alle nostre riunioni per apprendere il know-how indipendentista” dice Pizzati. Un know-how che, finora, non ha prodotto molto. Colpa dell’individualismo di troppi dogi, incapaci di riunire sotto un’unica bandiera aspirazioni e preferenze venetiste, come nota anche Davide Guitto, presidente dell’associazione (non partito) Raixe Venete: “Noi non facciamo politica. Ci battiamo per difendere la cultura, la lingua e l’identità veneta”. Da 7 anni Guiotto e soci organizzano la Festa dei Veneti, una tre giorni di eventi a Cittadella, in provincia di Padova. “L’edizione 2010, intitolata ‘150 de cosa?’, è stata dedicata al ricordo del referendum di annessione del Veneto all’Italia, avvenuto nel 1866”. Referendum che ha il sapore della truffa. “Le schede erano di colore diverso, come diverse erano le urne” ricorda Guiotto. “Non bastasse, in ogni seggio era presente un carabiniere che controllava l’esito di ciascuna votazione”. In effetti il risultato grida vendetta anche agli occhi del savoiardo più sfegatato: Italia 650.000, Veneto 59. Non c’è da stupirsi se, forti di un tale consenso, gli italiani, pardon italioti, come li chiamano i venetisti, si sentirono in diritto di iniziare un’inesorabile opera di distruzione dell’identità marciana, che ancora imperversa nelle commediole all’italiana e nelle fiction tv, contro cui Zaia si è scagliato recentemente. “L’anno scorso si era espresso a favore dell’inserimento della lingua veneta nei programmi scolastici. Ora non ne parla da un pezzo. Parla di fiction: ha ragione, il Veneto fa sempre la parte dello stupido, del servo, della puttanella… però da lui ci si aspettava di più” continua Guiotto. “Non è ammissibile che la millenaria storia della Serenissima sia licenziata in tre righe nei libri di testo delle scuole”. Che fare dunque, per rimediare? Un altro partitino? Guiotto, da affezionato del Leone, ha un’altra idea: “Si sono delineate due strade, una culturale e una politica. Io preferisco camminare lunga la prima.” Nonostante le chiacchiere della Lega, che, se prima strizzava l’occhio al movimento, oggi comincia a spazientirsi. Nel 2009, Flavio Tosi, sindaco leghista di Verona, ha permesso ad un manipolo di assessori della sua giunta di bloccare una messa celebrata in onore dei “patrioti” caduti durante l’insorgenza antifrancese del 1797. Nel marzo 2010, Calderoli, presentatosi troppo tardi per ricevere gli onori del Reggimento Veneto Real ad una rievocazione organizzata a Cerea (VR), ha dichiarato ad un giornalista di Rete Veneta (a chi sennò?) che l’indipendenza del Veneto è un sogno per stupidi. E quindi non va finanziata. Tant’è che, quando è giunta l’ora di stanziare l’obolo per la Festa di Cittadella, la giunta Zaia ha dimezzato i fondi che Giancarlo Galan passava volentieri. “Non bisogna dimenticare che questo è successo perché nel 2010 la Regione aveva già stanziato dei fondi per sostenere altre iniziative” rassicura Guiotto, che vuol tenere buoni rapporti con tutti. Compresi quelli con i ragazzi di Unità Popolare Veneta, schieramento indipendentista di sinistra, solidarista, vicino ai baschi di Euskadi ta Askatasuna e antileghista, cui ha concesso cittadinanza anche a Cittadella. Va bene non inimicarsi la Lega, “i buoni amministratori” e soprattutto l’assessore regionale Roberto Ciambetti, colomba bianca delegata a tenere le relazioni con i venetisti. Ma più importante è far capire agli italiani, e soprattutto ai veneti, che sulla Serenissima non splende il sole delle Alpi.

Pubblicato su il Foglio

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