La preghiera al contrario dei Baustelle

15/04/2010

Attenzione: questa è un critica che arriva da destra e, che è peggio, strizza l’occhio a chi dimora di là del Tevere, benché partorita in Italia, stato laico e liberale, dove chiunque può partorire qualsivoglia anatema, tendente a destra quanto a sinistra, al cielo o agli inferi; e questo è meglio. L’Italia, come altri nel mondo, è un posto dove una banda di toscani (si dovrebbe dire band, ma siamo in Italia, quindi diciamo banda) incide canzoni che inneggiano al suicidio. E dove, questo è strano, un giornalista pagato dai vescovi inneggia alla medesima, salvo poi ripensarci; e questo è l’auspicio.

Il riferimento fortemente voluto è al pezzo di Andrea Pedrinelli pubblicato da Avvenire il 28 marzo. E’ lì che Pedrinelli definisce il quinto album dei Baustelle “un inno rock” che unisce “alla voglia di sperimentare, lo sviluppo di un linguaggio non elitario” di un gruppo che “cerca risposte alla domanda di senso”. Tralasciando di appuntare che i testi del capobanda Francesco Bianconi sono un inno al disprezzo della vita, oltre che una negazione della proposta cristiana.

Non è necessario scorrere il pedigree di Nicola Manzan, turnista dei Baustelle, socio unico e fondatore del progetto musicale “Bologna Violenta”, per tastare l’umore del backstage. Basta leggere i testi delle canzoni. Quello de “La Cometa di Halley”, scritto per Irene Grandi, in cui si parla di “un dio lontano che non ha né problemi né miracoli da fare”. O quelli cantanti in prima persona da Bianconi, come “La guerra è finita”, secondo brando del disco “La malavita”, che inizia con una sentenza inappellabile (“vivere non è possibile”) e si conclude con un’adolescente che si attacca alla canna del gas. Il tema del suicidio, mai esaurito, ritorna prepotente nella nona traccia; titolo interrogativo (“Perché una ragazza d’oggi può uccidersi?”). Risposta nel testo: “perché non le importa più niente del freddo forte che fa nella città.”

Il singolo dell’album “Amen”, prima vera hit del gruppo toscano, si intitola invece “Charlie fa surf” ed è ispirato ad un’opera dello scultore Maurizio Cattelan, già apprezzato per l’istallazione dei bambini appesi in piazza XXIV maggio a Milano. Il Charlie di Bianconi, differentemente da quello di Cattelan, è un adolescente (maschio, questa volta) che passa i week-end a farsi di ecstasy, vorrebbe morire a quindici anni, salvo finire crocifisso e sfigurato in volto con la mazza da golf, come da ritornello. Il disco prosegue fra voli vani di innamorati, catastrofi inevitabili, estinzioni, ragazzi in agonia, figli mangiati e genitori il cui destino è “un eterno roteare come agnello nel kebab”.

Infinita e preziosa, la ricerca di senso di Bianconi trabocca nel quinto album, quello di cui ci parla Pedrinelli: “Il titolo viene da un’antologia in cui ho letto pensieri di secoli fa, che mi sono parsi ancora perfetti per descrivere l’Occidente d’oggi.” L’antologia è curata da Elemire Zolla, mago e maestro di gnosi, morto a Montepulciano, dove Bianconi è nato. Capace di dirsi “in pasto ai cimiteri” nella traccia “San Francesco”, immodestamente dedicata a se stesso, Bianconi ammette di aver scoperto Zolla da tempo breve, ma sufficiente a restituirgli quelle suggestioni che, mescolate col suo, gli hanno permesso di comporre il brano principe dell’album; una preghiera al contrario che chiude definitivamente ogni ricerca di senso, con buona pace di Pedrinelli: “ci salveremo disprezzando la realtà e questo mucchio di coglioni sparirà, e né denaro e né passione servirà, gentili ascoltatori siamo nullità.”

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3 Risposte to “La preghiera al contrario dei Baustelle”

  1. Bauaffair Says:

    LA MUSICA NON E’ RELIGIONE, E’ ARTE!! NON SI PUO’ CENSURARE LA MUSICA SOLO PERCHE’ NON RISPETTA LA RELIGIONE VIGENTE.

    BAUAFFAIR

  2. matteo Says:

    una sola annotazione che apparirà supericiale e non lo è: elémire zolla non è stato un mago come un altri ad Arcella; è stato il più grande saggista italiano del novecento: uno studioso, universalmente riconosciuto nel mondo, pressoché deliberatamente ignorato nella nostra cultura. non un Maestro né Guru, semplicemente uno studioso.


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