DAL 9 GENNAIO MI TROVATE QUI

08/06/2012


Bagnasco non ci cascare

09/12/2011

“Non credere mai all’imperatore”, cantava Claudio Chieffo, “anche se il suo nome è popolo, anche se si chiama onore”. Quindi, Eminenza, tu non credere a quello che gira sui giornali e tira dritto. La Chiesa cattolica dà allo Stato italiano più di quanto riceve e non gode di alcun trattamento speciale in quanto all’ICI, presto IMU. Come sai bene, le esenzioni, di cui si blatera in questi tempi sobri ed equi, riguardano “tutti gli immobili destinati esclusivamente allo svolgimento di attività assistenziale, previdenziale, sanitaria, didattica, ricreativa, culturale e sportiva”, tipo gli alloggi per universitari o gli asili che tu gestisci dove lo stato non è in grado di farlo, o tipo le capponaie in cui si strusciano (e spendono) giovani laici e infelici, per la felicità dei proprietari, avvantaggiati dall’essere soci di una delle varie Arci, compresa quella gay, o di combriccole simili. Eminenza, l’esenzione non è un privilegio che devi mantenere, ma un riconoscimento da parte della società civile, che ti permette di aiutare persone in contesti dove nessun altro può farlo. Che sia tu ad educare bambini, sfamare poveri, ospitare studenti, malati e loro parenti, non conviene a te, conviene allo Stato, che può rinunciare a compiti così gravosi, in cambio di un’esenzione fiscale. Robetta, non trovi? Capisco tuttavia quanto sia difficile sopportare il raglio quotidiano di chi ti descrive come una sanguisuga, strumentalizzando la tua chiesa pellegrina sulla terra solo perché si è un po’ imputtanita, essendo fatta di uomini e non di soci dell’Arcigay. Tu però non ci cascare, tieni duro e contrattacca: spiega per esempio che i turisti vengono in Italia per vedere le tue piazze e le tue chiese, non le uova di Fuksas o i ponti di Calatrava, ragion per cui tu potresti esigere una tassa di soggiorno di euro cinque a cranio, laddove si trovino opere di tua proprietà, quindi ovunque, oltre un biglietto di euro dieci per chiunque entri nelle tue chiese, con unica esenzione per i fedeli che si siano inginocchiati, segnati e che abbiano recitato un Pater e un’Ave.


Contro Garibaldi

17/02/2011

Gli amici giacobini, nel tricolore avvolti, forse ignorano, forse dimenticano che il mito Giuseppe Garibaldi era bevitore, puttaniere e poligamo. Spiace ricordarglielo: non sono gli aspetti pruriginosi della parabola umana del nizzardo a sorprendere o scandalizzare il lettore digiuno di verità e affamato di sussidiari e manuali scolastici.
Schiavista, traditore, bugiardo, corruttore, concussore, voltagabbana, assassino e delatore, inviso a tutti tranne che alla sorte e a buona parte della massoneria inglese che, alla bisogna, stuzzicando il suo narcisismo, acclamandolo sulla stampa e nei salotti chic, lo manovrò a suo vantaggio e a svantaggio di governi e governicchi dei mondi sui quali gli capitò di sbarcare, il mito Giuseppe Garibaldi trova adeguata collocazione nel museo degli orrori della storia grazie al documentatissimo, dettagliatissimo e – ohibò – pure avvincente saggio di Luca Marcolivio “Contro Garibaldi – quello che a scuola non vi hanno raccontato”.
Passando in rassegna le stragi di preti ai tempi della repubblica romana, la farsesca campagna sudamericana, il commercio di schiavi che “ha sempre portati nel numero imbarcati e tutti grassi e in buona salute”, e la cosiddetta impresa dei mille, l’autore illustra gesta e motivazioni di uno degli eroi dell’unità italiana che, 150 anni fa come oggi, si rispecchia nell’indegnità del suo mito.


Un figlio per amico

15/02/2011

La Cassazione scopre che un figlio fa più compagnia di un cane e sollecita il Parlamento: “si faccia una legge che consenta alle zitelle di adottare figli”. La Cassazione dimentica che, nonostante il cospicuo numero di zitelle con cane, i canili sono pieni e gli orfanotrofi vuoti.


Posate il mojito, compriamo il rastrello

07/02/2011

Giovani amici dai 18 ai 39 anni, il mojito costa tanto e dura poco. Il rastrello dura sempre e fino al 2 maggio è gratis: Roma mammona lo regala in cambio di poco buonsenso (rinunciare a lounge bar e tornare alla terra). Come? Il bando è servito: 40.000 euro a perdere per chi rileverà o fonderà un’azienda agricola. Suvvia, un po’ di buonsenso: neanche l’operaio vuole più il figlio dottore. Se c’è chi lo afferma sputategli addosso. Gettate, gettiamo il mojito in un fosso.


Contro Roma, contro la Lega

27/01/2011

«La boje! La boje e de boto la va fora» gridavano i contadini polesani nel 1884, freschi di annessione all’Italia, due anni dopo una piena dell’Adige che mise in ginocchio l’industria agricola, già provata dalle tasse dello stato unitario. A quel disappunto fa eco il bollore di vecchi e nuovi indipendentisti, insofferenti tanto alla burocrazia romana quanto alla propaganda leghista. Pressoché ignorati dai media nazionali, fatto salvo un timido cammeo durante una puntata di Annozero, mai come oggi gli eredi di Dandolo, Venier e Mocenigo appaiono nell’attualità politica raccolti in un solo grido: Veneto Stato. Si chiama così uno dei nuovi partiti indipendentisti, che, all’affacciarsi dei festeggiamenti per i 150 anni di unità, rispolvera vessillo e ambizioni marciane, rivendicando la sovranità del popolo veneto messa in discussione tanto dal tricolore, quanto da quel sole delle Alpi che irradia i cieli di Milano e Torino, ma, dicono, «se ne frega di Venezia».

Il resto in edicola su Nordesteuropa o qui.


Vita da preti: alcune recensioni

25/01/2011

Di seguito alcune recensioni di “Vita da preti”. Per esteso quella di Camillo Langone pubblicata su Libero e su dagospia. Poi altre.

Gli abiti distruggono il monaco
La presente crisi della Chiesa è soprattutto una crisi del clero, perciò casca a fagiuolo l’esordio editoriale di Carlo Melina: “Vita da preti” (Vallecchi, pp. 192, euro 14,50). Melina è un giornalista giovane (nato nel 1979) ma la sa lunga: cresciuto in mezzo a Comunione e Liberazione (poi ci dev’essere stato qualche problema: «Ne sono uscito appena possibile, pur riconoscendo l’originalità del metodo giussaniano »), è nipote di un monsignore e ha vissuto per qualche tempo addirittura in Vaticano, come fosse una guardia svizzera.

Ma non è una guardia svizzera, se non altro perché è veneto e più del vin santo gradisce lo spritz. Il suo è lo sguardo giusto, ravvicinato ma non troppo, partecipe ma non obnubilato, per raccontarci la vita quotidiana dei preti, e se il sottotitolo promette “Grazie e disgrazie del ministero sacerdotale”, sappiate che manterrà innanzitutto le seconde, essendo le prime poco visibili con gli occhiali mondani del giornalismo d’inchiesta.

Non è un libro che aumenterà il numero di vocazioni, quindi, e la figura di prete che ne risulta è un ben poco affascinante povero prete, circondato da un mondo falsamente virtuoso che lo accusa di non fare l’impossibile. Il campione è parecchio significativo, Melina ha la stoffa dell’inviato e ha macinato non so quanti chilometri per incontrare e intervistare preti giovani e preti vecchi, parroci di provincia e prelati romani, sacerdoti che vivono in mezzo alla gente e monaci che hanno scelto di menare vita romita in mezzo ai boschi.

Una gran varietà di casi ma la stessa malinconia, quel grigiore comune che deriva dall’aver gettato la tonaca alle ortiche pur continuando a pregare e a celebrare. Uomini interiormente preti ma esteriormente spretati, come fossero seguaci di una religione intimista e disincarnata, insomma più gnosticismo che cristianesimo. C’è il salesiano che indossa t-shirt con scritto “Boss”: anziché su “Don Camillo” e “Il grande silenzio” si sarà formato su “Scarface”.

C’è il prete ciellino in maglioncino, speriamo senza marchiettino. C’è il neocatecumenale in «mocassino povero, pantalone nero, camicia grigia stretta dal collarino». C’è il parroco di Firenze che ho conosciuto anch’io e quindi posso confermare, si chiama Roberto Tassi e davvero apre la chiesa che fu di Dante con la camicia di pile, i turisti lo prenderanno per l’uomo delle pulizie (si lamentano che la confessione è in declino, ma se un prete nemmeno lo riconosci come fai a chiedergli l’assoluzione?).

Perfino il monaco camaldolese si presenta al giornalista in indumenti borghesi, dice che «la facoltà di portare la tunica è libera», compiacendosi di un’accezione di libertà oltremodo meschina: la libertà di vestirsi come tutti, la libertà di essere conformisti.

Molti preti cattolici intervistati da Melina vestono da pastori protestanti ovverosia da eretici, indossando il becchinesco clergyman (giacca e pantaloni neri con camicia dello stesso colore oppure grigia), che già dal nome anglofono non c’entra nulla con Santa Romana Chiesa. Solo un prete compare in queste pagine in talare e guarda caso celebra in latino: «Vestirsi così funziona meglio di tante prediche. Il sacerdote da quando ha riposto l’abito è diventato talmente vicino alla gente da essere sparito ». Poi però quando Melina commosso da tanto fervore gli chiede il permesso di passare al tu ecco che il don si irrigidisce, rifiuta l’intimità. Ma non eravamo tutti fratelli? Non siamo, noi cristiani, quelli che danno del tu addirittura a Dio? Troppe incrostazioni, troppe contraddizioni minano la testimonianza di consacrati che sembrano fare di tutto per smentirsi e offrire il fianco alle critiche.

L’unico che sembra avere capito tutto è l’esorcista ultranovantenne: «La colpa è molto cattiva coi preti. Colpa dell’azione subdola del demonio». Giusto, solo il Maligno può spingere gli ignoranti e gli invidiosi ad accusare di cupidigia questi uomini scalcagnati. «Il problema è il cappotto» confessa un intervistato. «Il mio ha trent’anni, l’ho ricevuto in eredità da un vecchio prete che ora è morto». Allegria!

Il Tempo
Intervista a Telechiara
Il Sole24ore
Il Mattino di Padova
Il Foglio
ToscanaOggi
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Il Corriere del Veneto
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Zaia vs Appe

08/01/2011

Chi mangia veneto è più veneto degli altri perché sostiene il lavoro veneto (di oste, cameriere, mobiliere, allevatore, cacciatore, pescatore, contadino, etc.), la tradizione veneta e se stesso (chi mangia veneto, mangia bene). Chi mangia al wok-sushi è meno veneto perché sostiene il lavoro cinese di oste, cameriere e mobilieri, una tradizione che non esiste (il sushi è giapponese, non cinese) e il portafoglio a scapito del palato. Chi mangia in un locale iscritto all’Appe non è detto che sia più veneto, specie se dove mangia ci sono tavoli Ikea, panini americani, pizzaioli egiziani, camerieri moldavi, tovaglie viola, insegne inglesi, birre tedesche, dolci napoletani, paella e creme catalane (come al Tunnel di Vigonza), vini francesi e giornalisti che, come Zaia al wok-sushi, non pagano il conto.


Madonna vs nani

06/01/2011

Per amare la natura bisogna prima amare l’uomo, altrimenti si fa come i nani che, credendo di difendere il panorama, hanno difeso il dio Tontolo a scapito di una statua della Vergine Maria, della natura, dell’uomo e della sua libertà. Non serve essere cristiani, ma serve non essere tonti, per riconoscere che la Madonna è garanzia e simbolo di libertà. Garanzia perché dove non ha cittadinanza, come in certe zone dell’Africa, del Medio Oriente e dell’Asia (speriamo che il Parco dei Colli Euganei non allunghi la lista), anche la libertà dell’uomo è messa in discussione. Simbolo perché rimanda ad una giovane ragazza madre, ad un’umile profuga costretta da un regime straniero a partorire in una grotta e, qualche anno dopo, ad assistere alla morte del suo unico figlio, complici la diffidenza di un clero ottuso e corrotto, e la dabbenaggine della gente. Chi ama i Colli Euganei combatte gli abusi e gli obbrobri edilizi, gli agriturismi tinteggiati di rosa, le marmitte dei motociclisti, le discoteche con i nomi in inglese, le osterie che vendono mojito invece di raboso, le antenne sulla cima e l’amianto nelle viscere del monte Venda. Affari di cui non si curano i partigiani del sedicente “Collettivo Operasione Pirio”, che, dietro ad una sigla, dall’omonimo blog prendono le distanze dal trafugamento della statua, ma ironizzano volentieri sulla “Santissima Biancaneve Madonnina del Monte Pirio”, la sostituiscono con un nano da giardino, e lanciano una petizione contro “l’edificazione ex novo di manufatti di qualsiasi tipo riconducibili a movimenti religiosi”, non potendo far nulla contro quelli che abitanti ed escursionisti sono già abituati ad incontrare, quali le decine di capitelli e crocifissi che non solo impreziosiscono e umanizzano il paesaggio collinare, ma testimoniano l’amore per la libertà e per l’uomo di chi ci ha preceduto: contadini, allevatori, cacciatori, osti e gitanti che hanno intitolato la seconda vetta del complesso collinare alla Madonna e che, attorno alle abbazie di Praglia e di Carceri, ai monasteri del monte Venda e di san Daniele, all’eremo del monte Rua, ai santuari di Monselice, Teolo e Monteortone, hanno orientato la propria esistenza. Non è per “narcisismo”, come sostengono i ragazzi del “collettivo”, ma per amore dell’uomo e della sua libertà che qualcuno si è preso la briga di portare una statua della Madonna fin sul monte Pirio. Narcisista è chi, al grido sordo di “o tutti o nessuno”, istiga ad azioni di contrasto, a disseminare i colli di statuette raffiguranti nani che non sono né garanzia di libertà, né simbolo di amore verso l’uomo: nessuno si è mai inginocchiato di fronte a un nano, ha costruito templi in suo onore, ha amato altri uomini seguendo il suo esempio. I nani sono il simbolo, semmai, della dabbenaggine e della ristrettezza mentale di chi è abituato a guardare la natura e l’uomo dal basso del proprio ombelico.

pubblicato sul Corriere del Veneto il 6/01/2010


La verità ai tempi di internet

15/12/2010

Dopo gli scontri fra forze dell’ordine e… studenti, black bloc, borgatari (chi lo sa?), numerosi utenti di facebook, con chiare simpatie per il disordine, hanno condiviso la foto di cui sopra, insinuando che, fra chi protestava e chi schivava sampietrini, ci fosse una sorta di complicità, testimoniata dalla somiglianza fra gli scarponi di chi compare in divisa e chi no. Uno scoop niente male, peccato che, come evidente, la foto non sia stata scattata in Italia – chissà dove? Gli scarponi non so, ma: i caschi sono da terzo mondo, le divise pure e quello stemmino ad altezza spalla, cucito sull’uniforme del signore in primo piano, somiglia tanto a quelli di qualche corpo kazako. Ma non scrivetelo su facebook, dove la verità, raccontata da giornalisti dilettanti, è più vera di quella che si vede in tv.


Presentiamo la lobby di Dio

12/12/2010

Giovedì 9 dicembre, ore 21.00, Sala Anzani, Padova. Presenti l’autore, il coautore, l’assessore ai libri e alle cose belle, e il cronista di un giornale che sta fallendo. Assente il sottoscritto, che arranca ai 50 all’ora sulla A1, scortato dalla polizia, auto in panne, destinazione forzata: area di servizio di Roncobilaccio. Ritardatario ma non troppo un collega, ciellino mancato come molti, giornalista più di me (lui professionista, io pubblicista), in grado di restituire qualche suggestione sull’evento libresco dell’anno patavino: presentazione di un volume pubblicato dalla sempre prudente editrice Chiarelettere, intitolato La lobby di Dio, che volentieri profonde nefandezze di ciellini odierni e trapassati, redatto da un padovano ex ciellino, al secolo Ferruccio Pinotti (che pare non abbia risolto il suo rapporto di ex) e da un distinto cronista che, differentemente da chi scrive, di ciellino non ha neanche un parente: Giovanni Viafora. Numerosi i convenuti per il varo dell’opera: «Un raduno di incattiviti, tutti contro Cl, che include vetero-femministe, radicali frustrati e pidiellini marginali – narra il collega ritardatario –. In più alcuni funzionari della Azione cattolica, che pur di sparlare del “movimento” hanno detto che il patriarca di Venezia, “Ettore Scola” (che però si chiama Angelo), è ciellino pure lui, e quindi favorisce solo i ciellini… che Bersani è segretario del Pd per colpa di Cl e che Zaia e Cota sono governatori grazie ai voti di CL, che sostiene solo antiabortisti – che c’è di male? –. Salverei solo il coautore, Giovanni Viafora, che, senza ossequi né livori, ha avuto l’ardore di distinguersi: “Io ho scritto la parte su Padova, di quella sono responsabile. Del resto… che dire? Quella citazione di De Benedetti secondo cui Cl è peggio della mafia non l’avrei messa.»
Mancando il sottoscritto, che altro aggiungere? Giusto tre cose. La prima: bravi gli autori, bello il libro, dettagliata l’inchiesta, solo: Cl è più degli affari che fa. Cl sono gli amici che ti fanno compagnia quando ti muore la madre, che ti aiutano quando tuo figlio scappa di casa, che non si dimenticano di te, che vivono insieme a te la fede che professano e che professi anche tu, rendendola viva, palpabile. In modo talvolta pedante, ai limiti del settario, per carità, ma vero, plausibile, tangibile. Di questo, nel libro, non si parla: ne La lobby di Dio i ciellini sono una pletora di caproni manovrati dall’alto. Niente di più. La seconda: nelle cronache locali e nazionali molte righe ha guadagnato la vicenda relativa al presunto sconto sull’affitto del Caffè Pedrocchi (che aperto dà lustro alla città, chiuso compiace i vecchi dell’Azione cattolica), praticato dall’amministrazione comunale in favore di chi lo gestisce, un’impresa collegata a Cl. Anche di questo Pinotti e co. non danno merito: sia mai che l’assessore ai libri o qualcuno più su se ne risenta. La terza: nel libro si elencano diffusamente nomi e capi d’accusa dei soci di Dieffe (cooperativa che, con fondi europei, ha messo in piedi corsi di formazione a Granze, Ponte di Brenta e in altri borghi), colpevoli, forse, di aver pasticciato coi conti. I redattori, prima di scrivere, hanno fatto due passi fuori dal centro, per vedere come sono seguite quelle centinaia di giovani che quei corsi frequentano? Lo facciano, si pentiranno di quello che hanno scritto.


Santa Giustina vs indiani

05/12/2010

La domenica è il giorno del Signore, non degli indiani. Vivono a Padova e non nelle tende i fedeli che riempiono la cripta della Basilica di Santa Giustina, dove si dice messa alle 9.30 (in cripta fa più caldo). La celebrazione è molto raccolta, non ci sono chitarre, c’è un organo, c’è anche un organista, ci sono il parroco, un monaco, molti vecchi, molti cinquantenni e molti trentenni, quest’ultimi osservati con gran rispetto da chi scrive, perché loro e non altri sono i baluardi della fede in quella che, nonostante l’esilio romano, resta la mia parrocchia. Non indossano pantaloni viola (che è il colore dell’avvento, ma sta bene solo addosso al celebrante), scarpe Hogan o pellicce ecologiche: sono gli eroi dei nostri giorni, costretti a difendersi dagli attacchi dei gentili tanto fuori quanto dentro la Basilica, dove il nulla avanza sotto forma di un volantino stampato – pensa un po’ – dalla Caritas diocesana. Il predetto non invita alla preghiera, al digiuno o alla carità… piuttosto a differenziare i rifiuti e a diminuirne la produzione, con citazione di Capriolo Zoppo, “capo della nazione indiana dei Duwamnish”. Sai com’è? Né Santa Giustina, né San Prosdocimo (patrono di Padova), né San Daniele, né Sant’Antonio, né San Luca, né alcuno dei martiri di cui sono conservate le spoglie in Basilica o in città avevano affrontato un argomento così caro ai quarantenni.


Incunaboli vs illustrazioni

05/12/2010

Museo diocesano di Padova. Studenti, giornalisti e disabili entrano gratis, gli altri pagano (poco). Dentro ci trovi meraviglie: qualche Tiepolo, una raccolta di lussuosissime pianete, la cappella costruita dal vescovo Barozzi (preziosa quasi quanto quella degli Scrovegni), un’esposizione di splendidi incunaboli di cui Padova è ricchissima (la biblioteca capitolare è la più illustre d’Europa, quindi del mondo).
“Ci vengono dieci persone al giorno” mi spiega una delle volontarie che tengono aperta la baracca, bellissimo sorriso, bellissimi occhi azzurri, fra le mani la rivista Internazionale (nessuno è perfetto): “Sa, il museo è poco pubblicizzato”. Che poi a uno vien da colpevolizzare Andrea Nante, direttore dei Musei diocesani, che assicura spolvero e presenze alla biennale di illustrazione sul tema “i quattro elementi” ossia terra, fuoco, aria e acqua, detta “i Colori del Sacro”, da lui curata, organizzata e pubblicizzata coi soldi della diocesi, che credo a tutt’oggi ancora cattolica e non pagana, sempre che Nante sia d’accordo.


Libro vs ebook

24/11/2010

Vi diranno: che è il futuro, che in America ce l’hanno tutti, in Italia solo creativi e giornalisti, per ora. Fregatevene: non comprate, non regalate, nemmeno rubate ebook. Per ogni ebook fabbricato perdono il lavoro: un boscaiolo, un cartaio, un legatore, un tipografo, un libraio, un consulente editoriale (meno stupido e pericoloso di un autore dilettante), un giornalista culturale (meno stupido e pericoloso di un blogger culturale). Piuttosto: comprate, regalate, rubate libri. Non importa che li leggiate, raramente dei libri sono belli dentro (specie quelli che troverete in libreria), ma quasi tutti sono belli  fuori. I libri riempiono, arricchiscono, arredano la vostra casa, occupando spazio, curvando solai, fermando carte. Gli ebook svuotano l’anima, perché svuotano panche, mensole, scaffali, comodini e librerie.


Papa vs preservativo

23/11/2010

Il papa è infallibile, gli altri no. Sbaglia il direttore dell’Osservatore Romano, che nel giorno del concistoro parla di preservativi (vedi Tornielli). Sbagliano i traduttori del libro-intervista “Luce del mondo”, che prendono prostituti per prostitute (la differenza è evidente, non solo a livello teologico). Sbagliano i commentatori che prendono per “apertura al preservativo” quella che è una conferma della posizione della chiesa sul tema. In sostanza il papa ha detto, anzi ribadito, che il preservativo non è sufficiente a prevenire l’infezione da HIV e che il suo utilizzo è giustificato solo da parte di prostituti (e non di prostitute). Esso (il preservativo), oltre a non assicurare una protezione certa dalle malattie sessualmente trasmissibili (piuttosto favorisce la banalizzazione dell’atto coniugale), ha anche un’altra funzione – gravemente immorale – nel caso di rapporti fra eterosessuali, quella cioè di anticoncezionale. Funzione che non si dà nel caso che ad utilizzarlo siano due sodomiti, di qui la giustificazione del papa (che apertura non è).


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