In sonno

06/06/2017

Questo blog non dovrebbe essere letto da nessuno. E’ in sonno dal 2011. Le opinioni espresse non rappresentano neanche l’autore.


Vita da preti: alcune recensioni

25/01/2011

Di seguito alcune recensioni di “Vita da preti”. Per esteso quella di Camillo Langone pubblicata su Libero e su dagospia. Poi altre.

Gli abiti distruggono il monaco
La presente crisi della Chiesa è soprattutto una crisi del clero, perciò casca a fagiuolo l’esordio editoriale di Carlo Melina: “Vita da preti” (Vallecchi, pp. 192, euro 14,50). Melina è un giornalista giovane (nato nel 1979) ma la sa lunga: cresciuto in mezzo a Comunione e Liberazione (poi ci dev’essere stato qualche problema: «Ne sono uscito appena possibile, pur riconoscendo l’originalità del metodo giussaniano »), è nipote di un monsignore e ha vissuto per qualche tempo addirittura in Vaticano, come fosse una guardia svizzera.

Ma non è una guardia svizzera, se non altro perché è veneto e più del vin santo gradisce lo spritz. Il suo è lo sguardo giusto, ravvicinato ma non troppo, partecipe ma non obnubilato, per raccontarci la vita quotidiana dei preti, e se il sottotitolo promette “Grazie e disgrazie del ministero sacerdotale”, sappiate che manterrà innanzitutto le seconde, essendo le prime poco visibili con gli occhiali mondani del giornalismo d’inchiesta.

Non è un libro che aumenterà il numero di vocazioni, quindi, e la figura di prete che ne risulta è un ben poco affascinante povero prete, circondato da un mondo falsamente virtuoso che lo accusa di non fare l’impossibile. Il campione è parecchio significativo, Melina ha la stoffa dell’inviato e ha macinato non so quanti chilometri per incontrare e intervistare preti giovani e preti vecchi, parroci di provincia e prelati romani, sacerdoti che vivono in mezzo alla gente e monaci che hanno scelto di menare vita romita in mezzo ai boschi.

Una gran varietà di casi ma la stessa malinconia, quel grigiore comune che deriva dall’aver gettato la tonaca alle ortiche pur continuando a pregare e a celebrare. Uomini interiormente preti ma esteriormente spretati, come fossero seguaci di una religione intimista e disincarnata, insomma più gnosticismo che cristianesimo. C’è il salesiano che indossa t-shirt con scritto “Boss”: anziché su “Don Camillo” e “Il grande silenzio” si sarà formato su “Scarface”.

C’è il prete ciellino in maglioncino, speriamo senza marchiettino. C’è il neocatecumenale in «mocassino povero, pantalone nero, camicia grigia stretta dal collarino». C’è il parroco di Firenze che ho conosciuto anch’io e quindi posso confermare, si chiama Roberto Tassi e davvero apre la chiesa che fu di Dante con la camicia di pile, i turisti lo prenderanno per l’uomo delle pulizie (si lamentano che la confessione è in declino, ma se un prete nemmeno lo riconosci come fai a chiedergli l’assoluzione?).

Perfino il monaco camaldolese si presenta al giornalista in indumenti borghesi, dice che «la facoltà di portare la tunica è libera», compiacendosi di un’accezione di libertà oltremodo meschina: la libertà di vestirsi come tutti, la libertà di essere conformisti.

Molti preti cattolici intervistati da Melina vestono da pastori protestanti ovverosia da eretici, indossando il becchinesco clergyman (giacca e pantaloni neri con camicia dello stesso colore oppure grigia), che già dal nome anglofono non c’entra nulla con Santa Romana Chiesa. Solo un prete compare in queste pagine in talare e guarda caso celebra in latino: «Vestirsi così funziona meglio di tante prediche. Il sacerdote da quando ha riposto l’abito è diventato talmente vicino alla gente da essere sparito ». Poi però quando Melina commosso da tanto fervore gli chiede il permesso di passare al tu ecco che il don si irrigidisce, rifiuta l’intimità. Ma non eravamo tutti fratelli? Non siamo, noi cristiani, quelli che danno del tu addirittura a Dio? Troppe incrostazioni, troppe contraddizioni minano la testimonianza di consacrati che sembrano fare di tutto per smentirsi e offrire il fianco alle critiche.

L’unico che sembra avere capito tutto è l’esorcista ultranovantenne: «La colpa è molto cattiva coi preti. Colpa dell’azione subdola del demonio». Giusto, solo il Maligno può spingere gli ignoranti e gli invidiosi ad accusare di cupidigia questi uomini scalcagnati. «Il problema è il cappotto» confessa un intervistato. «Il mio ha trent’anni, l’ho ricevuto in eredità da un vecchio prete che ora è morto». Allegria!

Il Tempo
Intervista a Telechiara
Il Sole24ore
Il Mattino di Padova
Il Foglio
ToscanaOggi
Il Corriere dell’Irpinia
Il Corriere del Veneto
L’Indro
Nuova Scintilla
Messaggero Veneto


Madonna vs nani

06/01/2011

Per amare la natura bisogna prima amare l’uomo, altrimenti si fa come i nani che, credendo di difendere il panorama, hanno difeso il dio Tontolo a scapito di una statua della Vergine Maria, della natura, dell’uomo e della sua libertà. Non serve essere cristiani, ma serve non essere tonti, per riconoscere che la Madonna è garanzia e simbolo di libertà. Garanzia perché dove non ha cittadinanza, come in certe zone dell’Africa, del Medio Oriente e dell’Asia (speriamo che il Parco dei Colli Euganei non allunghi la lista), anche la libertà dell’uomo è messa in discussione. Simbolo perché rimanda ad una giovane ragazza madre, ad un’umile profuga costretta da un regime straniero a partorire in una grotta e, qualche anno dopo, ad assistere alla morte del suo unico figlio, complici la diffidenza di un clero ottuso e corrotto, e la dabbenaggine della gente. Chi ama i Colli Euganei combatte gli abusi e gli obbrobri edilizi, gli agriturismi tinteggiati di rosa, le marmitte dei motociclisti, le discoteche con i nomi in inglese, le osterie che vendono mojito invece di raboso, le antenne sulla cima e l’amianto nelle viscere del monte Venda. Affari di cui non si curano i partigiani del sedicente “Collettivo Operasione Pirio”, che, dietro ad una sigla, dall’omonimo blog prendono le distanze dal trafugamento della statua, ma ironizzano volentieri sulla “Santissima Biancaneve Madonnina del Monte Pirio”, la sostituiscono con un nano da giardino, e lanciano una petizione contro “l’edificazione ex novo di manufatti di qualsiasi tipo riconducibili a movimenti religiosi”, non potendo far nulla contro quelli che abitanti ed escursionisti sono già abituati ad incontrare, quali le decine di capitelli e crocifissi che non solo impreziosiscono e umanizzano il paesaggio collinare, ma testimoniano l’amore per la libertà e per l’uomo di chi ci ha preceduto: contadini, allevatori, cacciatori, osti e gitanti che hanno intitolato la seconda vetta del complesso collinare alla Madonna e che, attorno alle abbazie di Praglia e di Carceri, ai monasteri del monte Venda e di san Daniele, all’eremo del monte Rua, ai santuari di Monselice, Teolo e Monteortone, hanno orientato la propria esistenza. Non è per “narcisismo”, come sostengono i ragazzi del “collettivo”, ma per amore dell’uomo e della sua libertà che qualcuno si è preso la briga di portare una statua della Madonna fin sul monte Pirio. Narcisista è chi, al grido sordo di “o tutti o nessuno”, istiga ad azioni di contrasto, a disseminare i colli di statuette raffiguranti nani che non sono né garanzia di libertà, né simbolo di amore verso l’uomo: nessuno si è mai inginocchiato di fronte a un nano, ha costruito templi in suo onore, ha amato altri uomini seguendo il suo esempio. I nani sono il simbolo, semmai, della dabbenaggine e della ristrettezza mentale di chi è abituato a guardare la natura e l’uomo dal basso del proprio ombelico.

pubblicato sul Corriere del Veneto il 6/01/2010


La verità ai tempi di internet

15/12/2010

Dopo gli scontri fra forze dell’ordine e… studenti, black bloc, borgatari (chi lo sa?), numerosi utenti di facebook, con chiare simpatie per il disordine, hanno condiviso la foto di cui sopra, insinuando che, fra chi protestava e chi schivava sampietrini, ci fosse una sorta di complicità, testimoniata dalla somiglianza fra gli scarponi di chi compare in divisa e chi no. Uno scoop niente male, peccato che, come evidente, la foto non sia stata scattata in Italia – chissà dove? Gli scarponi non so, ma: i caschi sono da terzo mondo, le divise pure e quello stemmino ad altezza spalla, cucito sull’uniforme del signore in primo piano, somiglia tanto a quelli di qualche corpo kazako. Ma non scrivetelo su facebook, dove la verità, raccontata da giornalisti dilettanti, è più vera di quella che si vede in tv.


Presentiamo la lobby di Dio

12/12/2010

Giovedì 9 dicembre, ore 21.00, Sala Anzani, Padova. Presenti l’autore, il coautore, l’assessore ai libri e alle cose belle, e il cronista di un giornale che sta fallendo. Assente il sottoscritto, che arranca ai 50 all’ora sulla A1, scortato dalla polizia, auto in panne, destinazione forzata: area di servizio di Roncobilaccio. Ritardatario ma non troppo un collega, ciellino mancato come molti, giornalista più di me (lui professionista, io pubblicista), in grado di restituire qualche suggestione sull’evento libresco dell’anno patavino: presentazione di un volume pubblicato dalla sempre prudente editrice Chiarelettere, intitolato La lobby di Dio, che volentieri profonde nefandezze di ciellini odierni e trapassati, redatto da un padovano ex ciellino, al secolo Ferruccio Pinotti (che pare non abbia risolto il suo rapporto di ex) e da un distinto cronista che, differentemente da chi scrive, di ciellino non ha neanche un parente: Giovanni Viafora. Numerosi i convenuti per il varo dell’opera: «Un raduno di incattiviti, tutti contro Cl, che include vetero-femministe, radicali frustrati e pidiellini marginali – narra il collega ritardatario –. In più alcuni funzionari della Azione cattolica, che pur di sparlare del “movimento” hanno detto che il patriarca di Venezia, “Ettore Scola” (che però si chiama Angelo), è ciellino pure lui, e quindi favorisce solo i ciellini… che Bersani è segretario del Pd per colpa di Cl e che Zaia e Cota sono governatori grazie ai voti di CL, che sostiene solo antiabortisti – che c’è di male? –. Salverei solo il coautore, Giovanni Viafora, che, senza ossequi né livori, ha avuto l’ardore di distinguersi: “Io ho scritto la parte su Padova, di quella sono responsabile. Del resto… che dire? Quella citazione di De Benedetti secondo cui Cl è peggio della mafia non l’avrei messa.»
Mancando il sottoscritto, che altro aggiungere? Giusto tre cose. La prima: bravi gli autori, bello il libro, dettagliata l’inchiesta, solo: Cl è più degli affari che fa. Cl sono gli amici che ti fanno compagnia quando ti muore la madre, che ti aiutano quando tuo figlio scappa di casa, che non si dimenticano di te, che vivono insieme a te la fede che professano e che professi anche tu, rendendola viva, palpabile. In modo talvolta pedante, ai limiti del settario, per carità, ma vero, plausibile, tangibile. Di questo, nel libro, non si parla: ne La lobby di Dio i ciellini sono una pletora di caproni manovrati dall’alto. Niente di più. La seconda: nelle cronache locali e nazionali molte righe ha guadagnato la vicenda relativa al presunto sconto sull’affitto del Caffè Pedrocchi (che aperto dà lustro alla città, chiuso compiace i vecchi dell’Azione cattolica), praticato dall’amministrazione comunale in favore di chi lo gestisce, un’impresa collegata a Cl. Anche di questo Pinotti e co. non danno merito: sia mai che l’assessore ai libri o qualcuno più su se ne risenta. La terza: nel libro si elencano diffusamente nomi e capi d’accusa dei soci di Dieffe (cooperativa che, con fondi europei, ha messo in piedi corsi di formazione a Granze, Ponte di Brenta e in altri borghi), colpevoli, forse, di aver pasticciato coi conti. I redattori, prima di scrivere, hanno fatto due passi fuori dal centro, per vedere come sono seguite quelle centinaia di giovani che quei corsi frequentano? Lo facciano, si pentiranno di quello che hanno scritto.


Santa Giustina vs indiani

05/12/2010

La domenica è il giorno del Signore, non degli indiani. Vivono a Padova e non nelle tende i fedeli che riempiono la cripta della Basilica di Santa Giustina, dove si dice messa alle 9.30 (in cripta fa più caldo). La celebrazione è molto raccolta, non ci sono chitarre, c’è un organo, c’è anche un organista, ci sono il parroco, un monaco, molti vecchi, molti cinquantenni e molti trentenni, quest’ultimi osservati con gran rispetto da chi scrive, perché loro e non altri sono i baluardi della fede in quella che, nonostante l’esilio romano, resta la mia parrocchia. Non indossano pantaloni viola (che è il colore dell’avvento, ma sta bene solo addosso al celebrante), scarpe Hogan o pellicce ecologiche: sono gli eroi dei nostri giorni, costretti a difendersi dagli attacchi dei gentili tanto fuori quanto dentro la Basilica, dove il nulla avanza sotto forma di un volantino stampato – pensa un po’ – dalla Caritas diocesana. Il predetto non invita alla preghiera, al digiuno o alla carità… piuttosto a differenziare i rifiuti e a diminuirne la produzione, con citazione di Capriolo Zoppo, “capo della nazione indiana dei Duwamnish”. Sai com’è? Né Santa Giustina, né San Prosdocimo (patrono di Padova), né San Daniele, né Sant’Antonio, né San Luca, né alcuno dei martiri di cui sono conservate le spoglie in Basilica o in città avevano affrontato un argomento così caro ai quarantenni.


Incunaboli vs illustrazioni

05/12/2010

Museo diocesano di Padova. Studenti, giornalisti e disabili entrano gratis, gli altri pagano (poco). Dentro ci trovi meraviglie: qualche Tiepolo, una raccolta di lussuosissime pianete, la cappella costruita dal vescovo Barozzi (preziosa quasi quanto quella degli Scrovegni), un’esposizione di splendidi incunaboli di cui Padova è ricchissima (la biblioteca capitolare è la più illustre d’Europa, quindi del mondo).
“Ci vengono dieci persone al giorno” mi spiega una delle volontarie che tengono aperta la baracca, bellissimo sorriso, bellissimi occhi azzurri, fra le mani la rivista Internazionale (nessuno è perfetto): “Sa, il museo è poco pubblicizzato”. Che poi a uno vien da colpevolizzare Andrea Nante, direttore dei Musei diocesani, che assicura spolvero e presenze alla biennale di illustrazione sul tema “i quattro elementi” ossia terra, fuoco, aria e acqua, detta “i Colori del Sacro”, da lui curata, organizzata e pubblicizzata coi soldi della diocesi, che credo a tutt’oggi ancora cattolica e non pagana, sempre che Nante sia d’accordo.


Libro vs ebook

24/11/2010

Vi diranno: che è il futuro, che in America ce l’hanno tutti, in Italia solo creativi e giornalisti, per ora. Fregatevene: non comprate, non regalate, nemmeno rubate ebook. Per ogni ebook fabbricato perdono il lavoro: un boscaiolo, un cartaio, un legatore, un tipografo, un libraio, un consulente editoriale (meno stupido e pericoloso di un autore dilettante), un giornalista culturale (meno stupido e pericoloso di un blogger culturale). Piuttosto: comprate, regalate, rubate libri. Non importa che li leggiate, raramente dei libri sono belli dentro (specie quelli che troverete in libreria), ma quasi tutti sono belli  fuori. I libri riempiono, arricchiscono, arredano la vostra casa, occupando spazio, curvando solai, fermando carte. Gli ebook svuotano l’anima, perché svuotano panche, mensole, scaffali, comodini e librerie.


Papa vs preservativo

23/11/2010

Il papa è infallibile, gli altri no. Sbaglia il direttore dell’Osservatore Romano, che nel giorno del concistoro parla di preservativi (vedi Tornielli). Sbagliano i traduttori del libro-intervista “Luce del mondo”, che prendono prostituti per prostitute (la differenza è evidente, non solo a livello teologico). Sbagliano i commentatori che prendono per “apertura al preservativo” quella che è una conferma della posizione della chiesa sul tema. In sostanza il papa ha detto, anzi ribadito, che il preservativo non è sufficiente a prevenire l’infezione da HIV e che il suo utilizzo è giustificato solo da parte di prostituti (e non di prostitute). Esso (il preservativo), oltre a non assicurare una protezione certa dalle malattie sessualmente trasmissibili (piuttosto favorisce la banalizzazione dell’atto coniugale), ha anche un’altra funzione – gravemente immorale – nel caso di rapporti fra eterosessuali, quella cioè di anticoncezionale. Funzione che non si dà nel caso che ad utilizzarlo siano due sodomiti, di qui la giustificazione del papa (che apertura non è).


Parlare veneto, pregare in latino

02/11/2010

Se la bestemmia è veneta, dal motu proprio “Summorum Pontificum”, promulgato da papa Benedetto, la preghiera è sempre più latina, tanto nell’urbe, quanto nell’orbe marciano, laddove gli affezionati della “forma speciale” del rito sembrano essere i più veneti di tutti. A Verona, Venezia, Padova, Treviso (a Vicenza un po’ meno, complice l’ex vescovo progressista mons. Nosiglia, recentemente trasferito a Torino con onere e onor di porpora) sacerdoti latinisti celebrano secondo il messale di Pio V di fronte, anzi, di spalle, a donne col capo coperto e uomini silenziosi, uniti da una fede non solo spirituale, che abbraccia spada e libro marciani. Solenne e preziosa è la messa di don Vilmar Pavesi, che nella chiesa veronese di Santa Toscana comunica e benedice venetisti della prima ora come Maurizio Ruggero, crociato televisivo antigay e coordinatore del movimento legittimista Sacrum Imperium, che ogni anno ricorda con messa, fucili e insegne della Serenissima, l’insorgenza antifrancese di Verona fidelis, avvenuta nel 1797. Secondo Ruggiero l’homo venetus ama il rito tridentino anzitutto perché riferisce se stesso all’orizzonte ideale antecedente il 1789, quello dell’ancien régime e del grande impero ecumenico sacro, romano e cristiano, che aveva nella Venetia una meravigliosa Svizzera affacciata sul mare, e che oggi ha in Verona una delle roccaforti della militanza antiborghese. Di diverso avviso è Nicolò Calore, ventiquattrenne rugbista padovano, goliarda, membro del tribunato degli studenti del Bo, due spalle da far paura al meglio armato fra i giacobini. Calore ha il suo punto di riferimento nella chiesa di San Canziano, a Padova, ma non disdegna trasferte nelle highlands scozzesi dove il latino risuona da tempi immemori: “Venezia ha costruito la sua fama come come potenza commerciale e ha goduto di privilegi in virtù della laicità e della privatezza della sua politica estera” spiega Calore. “Ciò che l’ha resa veramente grande, però, è stato il suo impegno nella vittoriosa battaglia di Lepanto, quando, attorno al Leone, si sono riunite tutte le forze cristiane. Siamo nel 1571, quando il papa era Pio V, lo stesso del concilio di Trento, lo stesso che ha promulgato il messale tridentino. I venetisti sono affezionati alla forma speciale del rito perché era la forma in uso al momento della massima grandezza spirituale e militare della Serenissima. Non a caso, in quel periodo, Ignazio di Loyola scelse di essere ordinato sacerdote proprio a Venezia”. Più cauto, anzi, decisamente schivo, fugge ogni accostamento fra Serenissima e latino l’eroico Fausto Faccia, uno dei protagonisti di un’impresa più recente ma non meno gloriosa, leggi l’assalto al campanile in piazza San Marco. Faccia frequenta la chiesa dei Santi Simeone e Giuda Taddeo Apostoli, vulgo San Simeon Piccolo. Sarà che lì a celebrare è un religioso tedesco della Fraternità San Pietro, al secolo Konrad von Löwenstein, figlio di Rupert, manager dei Rolling Stones, gruppo che inneggiava alla “Sweet Virginia”, mica a San Marco.

Pubblicato su il Foglio


Nuovo Trasporto Viaggiatori

11/10/2010

Papa Cordero, liberaci da Moretti. Liberaci dai designer che disegnano treni veloci che non arrivano più in ritardo perché sono piccoli (hanno 6 carrozze e mezza, l’altra mezza adibita a risto-bar dove paghi molto e mangi male): i treni devono essere comodi e lunghi. I passeggeri devono leggere, guardare dal finestrino, dormire. Non bestemmiare, divellere i braccioli, sfondare i monnezzari (troppo ingombranti, troppo piccoli per contenere monnezza). Compra poltrone comode. Leva gli schermi: otto a carrozza, mostrano il nulla, cioè l’ora, e i ragazzotti americani ci sbattono la testa. Trova un po’ di posto per le valigie: sugli ETR di Moretti non è previsto. Spremi il tuo socio Della Valle (fabbrica scarpe che non fanno schifo solo a me che non le compro, ma anche alle mie amiche basse che le comprano così sembrano “meno basse”, dicono loro); vogliamo tantissimi treni, oggi ce ne sono pochissimi, quindi tutti strapieni. Ogni tanto deve pur capitare di montare in carrozza e trovarsi soli. Ti prego: facci viaggiare comodi e ricchi. Viaggiare in treno non conviene più (un Roma- Padova di seconda classe costa 66 euri, in macchina 45 (30 di diesel, 12 di autostrada e 3 di piada comprata in Romea).


Veneti vs Lega

07/10/2010

Amano il Leone, odiano la Lega: sono orfani dei “Serenissimi” che nel 1997 occuparono piazza San Marco con un carro poco armato e fucili giocattolo. Non controllano banche o fondazioni. Sono di destra, di sinistra, cattolici, atei e persino pagani. Alla larga da Venezia, fra capannoni e autostrade, organizzano pizzate indipendentiste, laddove, più che la violenza, può l’ironia: “mi porti una tricolore ben cotta. Anzi, bruciata.” Hanno un esercito, ma spaventa poco: si chiama Reggimento Infateria Veneto Real. È armato di schioppi (che sparano a salve) e composto da una cinquantina di bravi in divisa storica e da una ventenne con treccine rasta. Agli ordini del capitano Alberto Montagner esegue “manovre a norma dell’Esercizio Militare e della Regola dell’Infanteria Veneta del 1732”. Operai, artigiani e commercianti, vantano fra le proprie fila anche dei professori universitari di ruolo in Italia (scuseranno il termine) e all’estero. Qualcuno ha un fabbrichetta, come i fratelli Patrick e Gabriele Riondato. Non sono né razzisti, né antimeridionalisti. Hanno votato Progetto Nordest (quando c’era Giorgio Panto, quello delle finestre), Partito Nasional Veneto, I Veneti, Intesa Veneta, Liga Veneta Repubblica, Unione Nordest e Indipendenza Veneta. Lega mai, o solo di nascosto. “È il pilastro portante dello stato italiano. Raccoglie voti di protesta ma non li usa” spiega Lodovico Pizzati, segretario di Veneto Stato, sigla nata di recente: “Veneto Stato è un il nuovo schieramento indipendentista unitario. Nasce dalla fusione fra PNV e I Veneti, e conta sull’adesione di alcuni esponenti del PNE”. Obiettivo manifesto: l’indipendenza del Veneto da raggiungersi per via referendaria. “Faremo come il Montenegro, ci presenteremo alle elezioni e, se riusciremo ad eleggere dei nostri rappresentanti, richiederemo alla Comunità Europea il monitoraggio necessario per indire una consultazione”. Secondo quanto stabilisce il diritto internazionale, bastano l’80% del quorum e il 55% di preferenze per portare a casa l’indipendenza, mica il federalismo solidale. “Rispettiamo i popoli del sud: abbiamo amici nei gruppi autonomisti sardi e siciliani che partecipano alle nostre riunioni per apprendere il know-how indipendentista” dice Pizzati. Un know-how che, finora, non ha prodotto molto. Colpa dell’individualismo di troppi dogi, incapaci di riunire sotto un’unica bandiera aspirazioni e preferenze venetiste, come nota anche Davide Guitto, presidente dell’associazione (non partito) Raixe Venete: “Noi non facciamo politica. Ci battiamo per difendere la cultura, la lingua e l’identità veneta”. Da 7 anni Guiotto e soci organizzano la Festa dei Veneti, una tre giorni di eventi a Cittadella, in provincia di Padova. “L’edizione 2010, intitolata ‘150 de cosa?’, è stata dedicata al ricordo del referendum di annessione del Veneto all’Italia, avvenuto nel 1866”. Referendum che ha il sapore della truffa. “Le schede erano di colore diverso, come diverse erano le urne” ricorda Guiotto. “Non bastasse, in ogni seggio era presente un carabiniere che controllava l’esito di ciascuna votazione”. In effetti il risultato grida vendetta anche agli occhi del savoiardo più sfegatato: Italia 650.000, Veneto 59. Non c’è da stupirsi se, forti di un tale consenso, gli italiani, pardon italioti, come li chiamano i venetisti, si sentirono in diritto di iniziare un’inesorabile opera di distruzione dell’identità marciana, che ancora imperversa nelle commediole all’italiana e nelle fiction tv, contro cui Zaia si è scagliato recentemente. “L’anno scorso si era espresso a favore dell’inserimento della lingua veneta nei programmi scolastici. Ora non ne parla da un pezzo. Parla di fiction: ha ragione, il Veneto fa sempre la parte dello stupido, del servo, della puttanella… però da lui ci si aspettava di più” continua Guiotto. “Non è ammissibile che la millenaria storia della Serenissima sia licenziata in tre righe nei libri di testo delle scuole”. Che fare dunque, per rimediare? Un altro partitino? Guiotto, da affezionato del Leone, ha un’altra idea: “Si sono delineate due strade, una culturale e una politica. Io preferisco camminare lunga la prima.” Nonostante le chiacchiere della Lega, che, se prima strizzava l’occhio al movimento, oggi comincia a spazientirsi. Nel 2009, Flavio Tosi, sindaco leghista di Verona, ha permesso ad un manipolo di assessori della sua giunta di bloccare una messa celebrata in onore dei “patrioti” caduti durante l’insorgenza antifrancese del 1797. Nel marzo 2010, Calderoli, presentatosi troppo tardi per ricevere gli onori del Reggimento Veneto Real ad una rievocazione organizzata a Cerea (VR), ha dichiarato ad un giornalista di Rete Veneta (a chi sennò?) che l’indipendenza del Veneto è un sogno per stupidi. E quindi non va finanziata. Tant’è che, quando è giunta l’ora di stanziare l’obolo per la Festa di Cittadella, la giunta Zaia ha dimezzato i fondi che Giancarlo Galan passava volentieri. “Non bisogna dimenticare che questo è successo perché nel 2010 la Regione aveva già stanziato dei fondi per sostenere altre iniziative” rassicura Guiotto, che vuol tenere buoni rapporti con tutti. Compresi quelli con i ragazzi di Unità Popolare Veneta, schieramento indipendentista di sinistra, solidarista, vicino ai baschi di Euskadi ta Askatasuna e antileghista, cui ha concesso cittadinanza anche a Cittadella. Va bene non inimicarsi la Lega, “i buoni amministratori” e soprattutto l’assessore regionale Roberto Ciambetti, colomba bianca delegata a tenere le relazioni con i venetisti. Ma più importante è far capire agli italiani, e soprattutto ai veneti, che sulla Serenissima non splende il sole delle Alpi.

Pubblicato su il Foglio


L’ignoranza non è triangolare

18/09/2010

Gentile Elisabetta, concedimi alcuni appunti a proposito del tuo articolo intitolato “Il Triangolo ottuso dell’ignoranza – Adro, Tradate, Cittadella”. Su Adro, da amante del Franciacorta (il vino) e ancor più dei bambini, sono con te su tutta la linea. Tradate non so dove sia né cosa vi succeda, quindi mi fido di te e sottoscrivo le tue perplessità. Cittadella, invece, ho imparato a frequentarla spesso, specie da quando gli amici di Raixe Venete organizzano, oramai da anni, la Festa a cui anche tu hai avuto modo di partecipare, armata di preziosa curiosità e di un blocchetto per gli appunti. Ed è proprio a proposito di quanto hai scritto su quest’ultima località della periferia italiana che vorrei esprimere il mio dissenso. Anzitutto, all’inizio del tuo articolo, dici che qui, come ad Adro e Tradate, si “vive bene”, quasi insinuando (o forse insinuo troppo io, nel caso chiedo scusa) che vivere bene sia, se non una colpa, una condizione di minorità, da scontarsi a prezzo del silenzio. Che a Cittadella e nel Veneto intero si viva bene, inoltre, non è del tutto vero, almeno stando ai dati della Confartigianato locale e di altre associazioni di categoria e, soprattutto, ai volti dei numerosissimi imprenditori e artigiani costretti dalla crisi a chiudere bottega e a lasciare senza lavoro ancor più numerosi dipendenti (pare che per colpa della congiuntura economia, anche se la motivazione non credo basti a dar ragione del fenomeno, il bollettino dei suicidi avvenuti nella zona sia in costante e preoccupante aggiornamento). Lo scandalo che manifesti, peraltro, al solo pensiero che qualche decina di migliaia di veneti si ritrovi per celebrare la propria cultura puzza un poco di ideologia (sempre che tu non ti scandalizzi quando la stessa cosa avviene in Sardegna, in Puglia, in Sud-Tirolo o a Roma). Mi pare assurdo, poi, che tu pretenda che non si possa nemmeno discutere (parole tue) delle modalità con cui si è svolto il referendum per l’annessione del Veneto all’Italia nel 1866 (referendum che ogni persona di buon senso e gran parte degli storici italiani, nemmeno veneti, ha rubricato come “irregolare”). Referendum, ripeto, svoltosi nel 1866 e non nel 1800, come dici tu… suvvia, si tratta di qualcosa che è avvenuto 144 anni fa. Fosse assurdo discutere di quello, lo sarebbe ancora di più – ma non credo che tu lo pensi – festeggiare, il prossimo anno, la nascita di uno stato che ha più o meno la stessa età, anzi, è un po’ più vecchio, e che, fra le altre cose, ha mandato in guerra i miei e i tuoi nonni.


Non solo tette

09/09/2010

Michela Murgia, vincitrice sarda di un Campiello che non passerà alla storia per il libri ma per le tette della Avallone, sogna l’indipendenza della Sardegna sulla copertina del Corriere.

Sogno l’indipendenza della Sardegna, perché la Sardegna, a differenza della Padania, non è una trovata economica, ma un luogo che esiste davvero, con una sua storia, una sua lingua, una sua necessità di autodeterminarsi” spiega nel culturale a Fabrizio Roncone.

Roba che altri, per il Veneto, vincessero mai uno Strega, potrebbero sognare solo sulla pagina dei necrologi.


A Paolo Giacon, sulla Festa dei Veneti

09/09/2010

Carissimo consigliere provinciale padovano di minoranza, ti scrivo per farti notare qualche incongruenza presente nella tua nota sulla Festa dei Veneti. Per intenderci, quella in cui parli di “fallimento” della “rievocazione del plebiscito del 1866 per l’annessione del Veneto” all’Italia. Fallimento in quanto, secondo gli organizzatori, avrebbero votato “solo” 500 persone sui 45.000 e rotti partecipanti alla tre giorni di festa, uno su cento, come dici tu. Numeri bassi, paragonati al totale della popolazione veneta… non fosse che nel 1866 votarono in 650.000 su una popolazione di 2.500.000 persone e che, all’epoca, l’evento referendario ebbe maggiore pubblicità di quella offerta da due articoli sul mattino di Padova e un editoriale di Zwirner su Telenuovo. Senza contare che allora i seggi rimasero aperti per due giorni (21 e 22 ottobre), mentre a Cittadella solo per un paio d’ore e solo la domenica pomeriggio e che, differentemente da domenica 5 settembre, nel 1866 nessuno fu distratto “dagli stand gastronomici, birra, salsicce, piadine, ciambelle e bancarelle”, ingredienti vincenti di ogni ritrovi politico e culturale (a proposito, hai fatto un giro alla festa del Pd, il tuo partito, in corso a Padova? Non so oggi, ma ieri, di fronte a sei relatori accomodati sul palco nella “zona dibattiti”, sedeva solo una decina di persone sonnolenti. Inutile dire che negli stand gastronomici c’era la fila).
Circa il tuo dubbio, poi, sulla questione del voto femminile (nel 1866, come hai giustamente sottolineato, le donne non votavano) ti confermo che sì, a Cittadella le donne hanno votato. Sai com’è… per quanto “superficiali, inutili e grossolani”, né il presidente di seggio né gli scrutatori se la sono sentita di negare carta e penna a nonne, mamme e signorine.

Ultima cosa, permettimi, ma mi scoccia un poco, da venetista dell’ultima ora e con pochi meriti, sentirti insinuare che la rievocazione è stata un insuccesso “di Bitonci e dei suoi collaboratori”. I volontari che hanno lavorato all’organizzazione della festa non sono leghisti, o lo sono solo in parte e solo nel segreto dell’urna. Senza tornare all’edizione 2008, quella in cui un manipolo di attivisti ha srotolato lo striscione che puoi vedere in foto, durante l’edizione appena conclusa, nel dibattito di venerdì, l’assessore regionale leghista al bilancio Roberto Ciambetti (che ad occhio e croce ama “la Festa” meno di quanto non la amasse Galan) è stato duramente contestato sia da alcuni relatori che dal pubblico. Peraltro, e scusa la pedanteria, fra le fila dei volontari c’erano alcuni ragazzi di Unità Popolare Veneta (con tanto di maglietta e stand dedicato), che son tutto tranne che leghisti (vedi sito).
Fuor di polemica ti confermo comunque la mia stima, spero che continuerai a lavorare per la nostra terra come hai sempre fatto, e attendo il giorno in cui, e siamo in molti a sperarlo, più di 500, credimi, si farà un referendum democratico per l’indipendenza del Veneto. Magari quel giorno verrai a votare anche tu, voteranno anche le donne, non ci saranno carabinieri con lo schioppo puntato e nemmeno qualche delegato di partito come quello che (mi pare di ricordare o forse me lo son sognato, resto col dubbio e non insinuo alcunché) con coccarda sul giacchino, qualche elezione fa, davanti al seggio allestito presso la scuola Pascoli di Padova, ha fermato uno sbarbatello che è diventato con gli anni un pedante venetista, gli ha dato la mano strizzando l’occhio e gli ha detto: “Mi raccomando, vota bene!”