«La boje! La boje e de boto la va fora» gridavano i contadini polesani nel 1884, freschi di annessione all’Italia, due anni dopo una piena dell’Adige che mise in ginocchio l’industria agricola, già provata dalle tasse dello stato unitario. A quel disappunto fa eco il bollore di vecchi e nuovi indipendentisti, insofferenti tanto alla burocrazia romana quanto alla propaganda leghista. Pressoché ignorati dai media nazionali, fatto salvo un timido cammeo durante una puntata di Annozero, mai come oggi gli eredi di Dandolo, Venier e Mocenigo appaiono nell’attualità politica raccolti in un solo grido: Veneto Stato. Si chiama così uno dei nuovi partiti indipendentisti, che, all’affacciarsi dei festeggiamenti per i 150 anni di unità, rispolvera vessillo e ambizioni marciane, rivendicando la sovranità del popolo veneto messa in discussione tanto dal tricolore, quanto da quel sole delle Alpi che irradia i cieli di Milano e Torino, ma, dicono, «se ne frega di Venezia».
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