Ad Adria, città paese in cui sono nato, è successo questo. Quanto segue è stato spedito, con preghiera di pubblicazione, a il Gazzettino e al Resto del Carlino.
Tutti e trentuno. Ci sono volute settimane, ma alla fine li hanno scoperti. Una cosca di studenti del liceo scientifico intitolato a Galileo Galilei, già dedita al dileggio della quasi unanimità dei propri docenti, è stata smascherata e al dì d’oggi ancora freme in attesa che la corte composta dai medesimi, e non solo quella, emetta sentenze col dovuto livore. Detto altrimenti, un cospicuo numero di adolescenti adriesi rischia l’anno per aver fatto quello che si fa da quando esistono scuole, aule, lavagne e gessetti, ossia sfottere i propri insegnati. Già, perché da quando esistono lavagne e gessetti, esistono studenti che producono sfottò e caricature, tanto che il fatto in sé, ancorché sgradevole, non può mancare nel novero di quegli eventi definiti fisiologici da una comunità “civile e democratica”, dato che lo sono un certo numero aborti, di decessi per abuso di droga o a seguito di incidenti stradali. Si diceva: da quando esiste la scuola, esistono studenti che sfottono i propri professori. Taluni agiscono con discrezione, ovvero utilizzando come supporto il proprio diario personale, giusto per mantenere a parte di epiteti e filastrocche solo qualche collega. Altri, con odiosa tracotanza, ossia in un modo pubblico, deliberatamente tale, sprecano la propria creatività sui muri dei bagni o sul registro di classe, consapevoli in questo caso che quanto prodotto sarà esposto a pari grado e autorità, con relative conseguenze. Da quando esiste internet, poi, esistono studenti spericolati, non molti, che utilizzano il nuovo medium per i medesimi fini, salvo scoprire tardivamente che il web, con annessi e connessi, leggi forum e blog, è più simile al muro di un cesso che a una pagina di diario. Esattamente come mi sembra sia successo al Galilei, dove degli studenti, dando prova di incompetenza più che di criminosità, hanno offeso il corpo docente senza pensare che su internet tutto è tracciabile, quindi potenzialmente pubblico.
Ciò che fa riflettere è che gli spericolati, al Galilei, non sono stati due o tre, ma almeno trentuno, stando alle risultanze. Detto altrimenti, trentuno studenti di un liceo scientifico hanno dato prova di non sapere utilizzare il nuovo medium - ove utilizzare non significa, come vorrebbero tanto taluni professoroni ebbri di letture roussoiane quanto altri professorini di provincia, “saper accendere un pc e controllare la mail e scaricare una allegato”. Se trentuno studenti di un liceo scientifico, dove lo studio del nuovo medium dovrebbe occupare una posizione tutt’altro che periferica, hanno dimostrato di non aver la ben che minima idea di cosa si stesse muovendo sotto i loro inesperti polpastrelli, significa che chi li doveva educare ha fallito. Fallito in cosa? Nella funzione docente, che l’articolo 395 del D.Lgs. 16-4-1994 n. 297 definisce come “l’esplicazione essenziale dell’attività di trasmissione della cultura, di contributo alla elaborazione di essa e di impulso alla partecipazione dei giovani a tale processo e alla formazione umana e critica della loro personalità.”
Se gli implicati nell’esposizione suicida di “frasi contenenti epiteti di varia natura gravemente lesivi dell’onore, del prestigio e della dignità personale dei loro insegnanti” fossero stai due o tre, la vicenda si sarebbe potuta licenziare con una reprimenda esemplare. Ma qui si tratta di almeno, ripeto, trentuno ragazzi fra i 16 e i 18 anni, mica matricole, che non sanno usare internet perché nessuno gli ha insegnato farlo. Peccato che gli sprovveduti, dei quali saranno stabilite, assicura la preside, le rispettive responsabilità dopo un’attenta rilettura (ce ne fosse bisogno) dei contenuti messi in rete, siano stati trentuno. Trentuno liceali che non sanno usare internet perché nessuno gli ha insegnato a farlo. E che ora ne faranno le spese, perché in questi casi pare che l’abito invitto sia risolvere la faccenda nel modo più semplice possibile, magari facendo perdere un anno a tutti e costringendo trentuno adolescenti davanti a un giudice, giusto per assicurarsi che qualcuno faccia la figura di aver fallito per tutti.
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