Altri discorsi – intermezzo

03/12/2007

Sono uno scansafatiche. Me ne sto ore e ore a osservare immagini scattate a metà fra i ‘70 e gli ‘80, sovraesposte, in controluce, sbilanciate sui toni del rosso. E non mi importa se al tempo in cui mamma ha fatto clic, la pellicola non aveva girato e il lettino sulla spiaggia è finito sopra al camper degli zii. I ricordi che serbo hanno le stesse imperfezioni.

Sono figlio di un professionista del tipo “medico del lavoro”. Fra i fra i ‘70 e gli ‘80 amavo intrufolarmi nel suo ufficio, rovistare i cassetti e smuovere i ciclostilati ammonticchiati sulla scrivania. Fermacarte, spillatrici, timbri e altri aggeggi dalla misteriosa funzione d’uso – allora come oggi andavo a caccia di intrighi. Allora come oggi ero vittima di interessi momentanei, finivo per mettere tutto in confusione e mettere in confusione me stesso e confondere gli oggetti e dimenticarmi del posto che gli spetta.

Allora come oggi papà teneva particolarmente all’ordine della sua scrivania. “Nel mio ufficio non devi entrare” diceva. “Col lavoro non si scherza. Lo capirai quando ne avrai uno.”
Difatti non l’ho ancora capito.

Papà era tipo da non farsi intenerire. Detestava il disordine, i miei entusiasmi e un po’ anche me, ma solo nella misura in cui il detestarmi stava nei termini di un esercizio autoritario della paternità – il che comprendeva un certo arbitrio e non escludeva la possibilità di darmi dei gran crogni sulla testa, quella specie di pugni inferti neanche troppo di striscio colle nocche della mano.

Papà è un medico del lavoro piuttosto stimato. La prima cosa fa di lui un borghese, la seconda l’ha fatto ricco. Vedere per credere. Vedere le macchine, la casa al mare e il guardaroba di mamma, zeppo di vestiti costosi che non si metterà mai. Strano ma vero. A mamma i vestiti non interessano, ma questo è un altro discorso.

Non so quali fossero le sue intenzioni allora, ma i crogni di papà non sono serviti a farmi perdere la predilezione per le scrivanie, né ad arricchirmi sotto qualche rispetto. Tanto meno ad impedirmi di finire di fronte alla pregiata scrivania di mogano di un professionista del tipo “analista” nella nuova e scomoda posizione di “paziente.”

«Buongiorno. Lei è il figlio…»
«Sì, sono io.»
«C’assomiglia, sa?»
«Fin troppo, mi creda.»
«Ne è sicuro?»
«Sì. Nonostante non porti i baffi.»
«La cosa rappresenta un problema?»
«Cosa? Che c’assomiglio o i baffi?»
«Che c’assomiglia.» fece l’analista, sorridendo per darmi da intendere che apprezzava.
«Be’, se è un problema deve dirmelo lei.»

L’analista in questione conosceva bene papà: c’hanno fatto gli studi assieme. Poi l’università, e infine se l’è trovato davanti come paziente. Tanto bastava perché, io credo, non potesse negare di avere un’idea definita di cosa fosse lui e quantomeno una approssimativa di chi fossi io – e altrettanto bastava perché mamma considerasse inappropriato che, papà prima e io poi, ci fossimo rivolti all’analista in questione – nonostante papà ritenesse il contrario. D’altro canto non c’è mai stato accordo fra mamma e papà, fatti salvi i rari casi in cui papà fingeva di essere d’accordo con mamma per farsi perdonare altro, tipo che i precedenti disaccordi si erano risolti facendo quello che riteneva giusto lui, e non lei.
Ma questo è un altro discorso.

«No. Il mio lavoro è ascoltare. Ascoltare e basta.»
«Ah…»

«Questo sarà il mio lavoro, almeno per ora.» e giù un altro sorriso, sempre più giù sulla poltrona, rilasciando la testa sul reggicapo, volendomi far credere di essere intimamente felice, di cominciare ad appassionarsi al confronto, o quantomeno lasciandomi nella condizione di pensarlo, cosa che infatti stavo pensando e avrei pensato ancora per qualche attimo, prima di ricominciare a dubitare che la sua posa altro non fosse che la posa condiscendente di un professionista del tipo “analista” – niente di più, che si deve a chi si trova nella nuova posizione di “paziente”, niente di meno.

«Ho capito. Ma prima che si metta ad ascoltare, vorrei che mi spiegasse le regole… se ci sono delle regole, meglio saperle prima, se poi devo rispettarle.»
«Sono d’accordo.»
«Bene: allora mi dica perché dovrei essere sincero. Perché non dovrei raccontarle quello che mi gira.»
«Perché mi paga.» fece lei, con decisione e senza condiscendenza. «Ecco perché. Lei paga me per ascoltarla. Mi pare un ottimo motivo. Non avrebbe senso che mi pagasse per ascoltare delle bugie.»
«Potrei farlo comunque, anche solo per deriderla.»
«Un modo un po’ costoso per divertirsi…» affondò lei, esattamente come qualcuno che non sta affatto improvvisando, o al peggio che è abituato ad improvvisare su arie del genere.
«In effetti sarebbe da pazzi. Ma se fossi pazzo, come direi che sono se sono qui, non baderei certo a spese.»
«Ma lei non è pazzo.»
«Ah no? Eppure c’assomiglio.»
«A suo padre?» volle chiedersi, ma solo per finta. «E comunque suo padre è pazzo.»
«E comunque non sono io a pagarla.» ripresi io, dopo una breve pausa. «Non potrei permettermi una cura del genere.»
«Non si tratta di una cura…»
«E’ mio fratello a pagare.» tagliai corto.
«Suo fratello?» si chiese l’analista, e mica per finta, essendosi rialzata dalla poltrona, poggiando i gomiti sulla scrivania, passata la voglia di sorridere in modo rassicurante.
«Sì, mio fratello.»
«Ma lei non ha fratelli!» esclamò, ovviamente sapendo che Giuseppe e Maria (leggi “papà e mamma”) di danni ne hanno fatto uno solo.
«Appunto.»
«Appunto cosa?»

Giuseppe e Maria: una coppia tanto male assortita quanto i nomi non lascerebbero immaginare. Mica per incompatibilità di carattere, verrebbe da dire, poiché, verrebbe da pensare vedendo i matrimoni che reggono, non è il carattere a fare una coppia, ma il senso di responsabilità e l’attitudine al sacrificio.
Ma questi sono solo discorsi che con la vita c’hanno poco a che fare.
«Appunto che la sto prendendo in giro.» feci allora. «E se anche mio padre me pagasse per essere sincero, io mentirei. Tanto lui ha sempre pagato, e pagherebbe comunque.»
E’ questo il discorso.

6 Risposte a “Altri discorsi – intermezzo”

  1. una_straniera Dice:

    1. Ah, insomma, ho capito bene, i tuoi hanno provato convincerti sulla giusta beneducazione con qualche schiaffo. Che bello, ho gia cominciato a credere che in Italia non esiste piu il senso dell’educare. E veramente bello sentire – forse potevano educarti di piu! Salutali nel mio nome! ;-)
    Ti hanno gia detto che sei una peste?
    2. Scusami, ma se mi pagassi una pizza e una bibita al ‘Baffetto’ (v. Sora) io ti ascolterei gratuitamente tutta la sera – senza lamentandomi se dici la verita o no. (il diritto dice che si deve ottenere l’innocenza di una persona finche non ci sono dei veri testimoni contro di essa. o come si dice in italiano.)
    3. E alla fine cosa e stata consigliata? che devi diventare te stesso invece diventare altro; lascia perdere la maschera, accetta te stesso?

  2. carlomelina Dice:

    > una_
    no. questo è un raccontino, please – vedi tag. ossia fiction. nulla che mi riguardi. io non sono uno scansafatiche, mio padre men che meno è medico del lavoro.

  3. milla_ Dice:

    però è un bel raccontino. troppo riuscito per non desiderare che vi sia del vero.

  4. milla_ Dice:

    errata corrige: insinuare, non desiderare.

  5. carlomelina Dice:

    > milla_
    bah… codesto raccontino è un riciclo, meglio lo sviluppo di quanto abbozzato qui – sviluppo che noi tutti vorrem non avesse mai fine.

  6. una_straniera Dice:

    Non preoccuparti, lo so che non sei cosi disonesto, per cui non penso niente di male sul nostro onesto autore. Ma peste la sei! (come mi hanno spiegato l’espressione: un po’ spiritoso, un po’ cattivo. ma comunque simpatico)
    Poi mi sa che il primo punto sia vero! Ed e giusto dare l’onore per questo ai tuoi!
    La taverna Baffetto invece e realta! C’e una buona pizza, e tutta e bella…ah, adoro la cucina italiana!
    Il terzo punto… e un fenomeno della nostra epoca, si puo parlarne.


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